«Nichts ist lehrreicher als der Vergleich des Klangunterschiedes
und der Instrumenten natüirlichen Spielweise an der Hand uns wohlerhaltener
Klaviere aus der Zeit der großen Meister. Man versuche in diesem Sinne
etwa dem Walther-Flügel Mozarts in seiner silbernen, noch "cembalohaften"
Anmut, dem "nachhaltigeren, pathetischen Ton der Klaviere aus der
Beethovenzeit" und dem "entkörpeten, wolkigen Klang" der Flügel nachzufühlen,
auf denen" die Phantasie der Romantiker in bessere Welten entschwebte"
(R. Steglich). Die innige Verbundenheit zwischen Klang und Werkstil
verleiht dem Instrumente, dem "geliebten Hausgeist aller Musikanten",
die Kraft der Vermittlung des Allerpersönlichsten. (Niente
è più istruttivo del confronto tra il diverso suono e la differente
tecnica degli strumenti, come ci permettono i pianoforti (fortepiani
n.d.r.), che sono stati ben conservati, del tempo dei grandi Maestri.
Si pensi, a questo proposito, al pianoforte Walter di Mozart, col
suo timbro argentino, ancora cembalistico, o al "suono prolungato
e patetico dei pianoforti dell'età di Beethoven", o al "timbro incorporeo,
velato" dei pianoforti dai quali "la fantasia dei romantici si alzava
in volo verso mondi meravigliosi" (R. Steglich). L'intima relazione
fra suono e stile dell'opera conferisce allo strumento, il "caro nume
tutelare di ogni musicista", l'attitudine ad esprimere ogni sentimento
personale.)» (1)
Queste parole, che Paumgartner scrisse nel 1943, con
lungimirante intuito dell'interesse e dell'inaspettato sviluppo che
questo tema nei decenni successivi avrebbe avuto nel mondo musicale,
mi pare possano servire a meraviglia come stimolo ad alcune considerazioni
sull'argomento del recupero degli strumenti originali nella vita musicale
dei giorni nostri. «Niente è più istruttivo del confronto tra il diverso
suono e la differente tecnica degli strumenti» scrive Paumgartner,
esprimendo ciò che chiunque abbia avuto l'opportunità di ascoltare
o ancor meglio di suonare uno strumento dell'epoca di Mozart o di
Beethoven o di Chopin, ha avuto modo di constatare personalmente,
e cioè la diversità dello spessore sonoro, il colore stesso del suono,
del timbro nei diversi registri dello strumento, e insieme il diverso
contatto delle dita con la tastiera, la leggerezza della meccanica,
la docilità e insieme la fragilità dell'azione dei martelli sulle
corde, la sensazione di essere in contatto tramite la punta delle
dita con il suono stesso.
In che modo è tutto questo, dunque, istruttivo? Certo
l'avvicinarsi tramite la riscoperta di un suono "altro", a un mondo
sonoro che ormai non ci appartiene più nel vissuto quotidiano, è anche
un avvicinarsi ideale a quanto fu mezzo e insieme fonte di ispirazione
per i grandi maestri del passato, dai grandi classici viennesi, ai
primi romantici, per giungere a gradi fino ad un passato più vicino
a noi (e alle nostre orecchie). Non solo: la diversità dell'approccio
tecnico alla tastiera, la meccanica così semplificata, la leggerezza
dell'azione ci aiutano a capire e a interpretare più coerentemente
le indicazioni talvolta problematiche o apparentemente incongrue di
cui è cosparsa gran parte della letteratura pianistica (vedi ad esempio
il tipico caso delle indicazioni metronomiche o di tempo, le dinamiche
estreme, o le prescrizioni di pedalizzazione).E ancora, è argomento
assai istruttivo anche se oggi forse in secondo piano, ma a mio parere
destinato a riprendere interesse tra i musicisti, la disomogeneità
del suono e del carattere timbrico tra strumento e strumento, tra
costruttore e costruttore, magari tra due strumenti dello stesso costruttore
usciti dalla bottega a distanza di pochi mesi l'uno dall'altro. Ed
è proprio questa diversità capace di stimolare la fantasia dell'interprete,
di far apparire sotto una luce diversa la stessa opera suonata su
due strumenti differenti, che con il loro colore diverso, la diversità
dei rapporti sonori tra una zona e l'altra della tastiera generano
un parallelo ribaltamento o comunque mutamento dei rapporti e della
struttura sonora dell'opera stessa. (2)
Oggi noi viviamo in un'epoca di prevalente tendenza all'omologazione,
in cui generalmente il pianista, l'interprete, ha come punto di riferimento
una tipologia di suono il più possibile perfetto e il più possibile
omogeneo, che dia la tranquillità e la sicurezza di non avere cattive
(ma talvolta neanche buone) sorprese al momento del concerto. Molti
fra i più celebrati interpreti si fanno seguire nelle loro tournées
dai loro strumenti, per avere la certezza di trovare ogni volta la
stessa qualità sonora, la stessa palette timbrica (caso mai la "diversità"
si potrà trovare evidentemente nella differente maniera di "toccare"
lo strumento, nelle differenti intenzioni interpretative, ma è chiaro
che non è di questo che stiamo parlando). Nel passato anche recente,
la situazione era molto diversa: basti pensare alla associazione spontanea
che facciamo di un tipo di strumento con un compositore, per esempio
Mozart con Walter, Haydn con Schantz, Schubert con Graf, Chopin con
Pleyel, Liszt con Erard, Brahms con Bösendorfer, ecc.; credo pertanto
che uno dei principali motivi di interesse che noi oggi possiamo avere
nei confronti dei pianoforti antichi sia proprio questo, e cioè dunque
la riscoperta della diversità del suono e delle sue potenzialità come
chiave esplorativa del mondo poetico "del tempo dei grandi Maestri"
come dice Paumgartner.
A questo
proposito vorrei citare ancora quanto scrive Alfred Brendel in un
suo saggio in occasione di una sua registrazione dell'integrale dell'opera
pianistica di Beethoven: «If one tries to play on Beethoven's érard
grand of 1803, which is kept in the instrument collection at the Vienna
Kunsthistorische Museum, one thing becomes evident at once: its sound,
dynamics and action have surprisingly little in common with the pianos
of today. The tone of each single note has a distinct "onset" within
its intimate confines, it is livelier and more flexible, and also
more subject to change while it lasts. The difference in sound between
bass, middle and top register is considerable (polyphonic playing!).
The treble notes are short-lived and thin, and resist dynamic changes;
the treble range is not conducive to cantilenas that want to rise
above a gentle "piano". Even in the clear and trasparent, somewhat
twangy bass register, the dynamic span is much narrower than on our
instrument. One begins to see the reason for the permanent accompanying
"piano" in the orchestral textures of Beethoven's piano concertos...
A few years later, with the pianos of Streicher and Graf, a new, more
rounded, more even and neutral sound came into begin which, while
dynamic scope continued to increase, became the norm throughout the
nineteenth century. This sound is more closely related to the piano
sound of today than to that of the older Hammerklavier, whose timbre
was stilI derived from that of the harpsichord and clavichord....
Some of the peculiarities of a Hammerklavier can only be approximated
on a modem grand – for instance the sound of the "una corda" and even
more the whisper of the "piano" stop.... We have to resign ourselves
to the fact that whenever we hear Beethoven on a present-day instrument,
we are listening to a sort of transcription.... Se qualcuno
prova a suonare sul pianoforte érard del 1803 appartenuto a Beethoven,
che è conservato nella collezione di strumenti del Kunsthistorische
Museum di Vienna, una cosa appare subito evidente: il suo suono, le
dinamiche e l'azione hanno sorprendentemente poco in comune con i
pianoforti di oggi. Il tono di ogni singola nota ha un distinto "attacco":
nell'ambito dei suoi intimi confini, esso è più vivo e più flessibile
ed anche più soggetto a mutamenti finché il suono dura. La differenza
del suono tra il registro dei bassi, medi e acuti è considerevole
(e questo permette il suonare polifonicamente!). Le note acute sono
esili e di breve durata e non consentono cambiamenti di dinamica;
il registro degli acuti non sostiene un cantabile che voglia elevarsi
sopra un "piano" delicato. Anche nel registro dei bassi, chiaro e
trasparente, in qualche modo nasale, l'apertura dinamica è molto più
stretta che nei nostri strumenti (si comincia così a capire la ragione
della costante indicazione di "piano" nell'accompagnamento nella tessitura
orchestrale dei Concerti di Beethoven...). Alcuni anni più tardi,
con gli strumenti di Streicher e di Graf, un suono nuovo, più rotondo,
più uguale e neutrale si afferma, cosa che, mentre la capacità dinamica
continua a crescere, diviene la norma per tutto il secolo XIX. Questo
suono è più strettamente imparentato col suono del pianoforte di oggi
che a quello del più antico fortepiano, il cui timbro è ancora derivato
da quello del cembalo e del clavicordo. Ma alcune delle caratteristiche
del fortepiano possono solo essere avvicinate su un moderno grancoda
(per esempio il suono di "una corda" e ancora di più il sussurro del
"moderatore")» E ancora: «Noi dobbiamo rassegnarci al fatto che quando
udiamo [la musica di] Beethoven [suonata] su uno strumento di oggi,
noi ascoltiamo una sorta di trascrizione.» (3)
Consci di questo fatto, e tenendo ben ferma questa fondamentale
considerazione, si potrebbe a questo punto allargare il discorso alle
mutate condizioni di ascolto della musica dai tempi di Mozart, Beethoven,
ecc. ai giorni nostri: è evidente che a queste mutate condizioni e
capacità corrispondono nuove esigenze e quindi strumenti diversi.Il
suono di un Walter difficilmente potrebbe essere convincente nella
sala di un grande teatro di tre o quattromila posti, mentre era perfettamente
adeguato e funzionale alle caratteristiche di una sala da musica dai
pavimenti di marmo e le pareti adorne di specchi di un palazzo aristocratico
di Vienna o di Parigi.
Di qui l'assurdità e l'antistoricità di certe posizioni
estreme che vogliono contrapporre il fortepiano al pianoforte. Credo
che la specificità di entrambi gli strumenti li renda perfettamente
funzionali alle diverse esigenze musicali e al tempo stesso ne consenta
l'uso parallelo anziché antitetico, al patto di conoscere bene le
possibilità e i limiti di ciascuno strumento, ai fini di una più matura
coscienza storica.
È altresì importante considerare la mutata capacità dell'uomo
di oggi di udire e di ascoltare il suono; è chiaro che il nostro concetto
per esempio di "forte" deve necessariamente essere diverso da quello
di un uomo del settecento, e così anche la percezione dei tempi e
delle velocità. Il rumore per così dire di fondo che ci accompagna
dal momento della nascita per tutta la vita è inevitabilmente legato
al progresso tecnologico, alle diverse condizioni di vita, alla nostra
maniera di vivere, e lo stesso si può dire per gli altri parametri
di ascolto che si possono definire di riferimento: il nostro orecchio
è mutato insieme al suono nel corso degli anni, dei decenni, dei secoli,
così che oggi noi dobbiamo operare uno sforzo cosciente per cercare
di riavvicinarci alla capacità di ascoltare di due secoli fa. è questa
una considerazione fin troppo ovvia, se non fosse così difficilmente
applicata nel concreto dell'esperienza quotidiana: la nostra abitudine
a un certo tipo di suono ci rende difficile e non immediato ritrovare
la possibilità di apprezzare e considerare musicalmente attendibile
ciò che sia diverso dal consueto; da ciò la necessità di entrare pian
piano, per gradi, in contatto con questo mondo sonoro perduto, scomparso,
ossia cercare di avvicinarvisi il più possibile, dal momento che inevitabilmente
una materia – per così dire – estremamente volatile e caduca come
il suono – il suono del passato – è per noi perduta per sempre.
E a questo punto ci avviciniamo a un altro passaggio
interessante della riflessione di Paumgartner da cui abbiamo tratto
lo spunto per queste considerazioni, cioè lo spinoso argomento della
conservazione e del possibile riuso degli strumenti, nel nostro caso
pianoforti o fortepiani, che questo suono devono riprodurre per le
nostre orecchie di uomini del duemila. «Niente è più istruttivo –
cito nuovamente Paumgartner – del confronto tra il diverso suono e
la differente tecnica degli strumenti, come ci permettono i pianoforti
(fortepiani, n.d.r.), "che ci sono stati ben conservati", del tempo
dei grandi Maestri.» Iniziamo subito col dire che, secondo il concetto
più ortodosso di "conservazione", lo strumento non dovrebbe essere
suonato, in quanto ogni azione che viene esercitata sullo strumento
stesso provoca una alterazione che è incompatibile con gli scopi della
conservazione, che sono quelli, come ben si sa, di preservare nella
sua integrità l'oggetto considerato come un documento irripetibile,
una testimonianza che non deve essere inquinata in alcun modo da interventi
successivi.
Questa posizione, in verità alquanto rigida, non è universalmente
condivisa, tant'è che in alcune collezioni certi strumenti vengono
suonati periodicamente, mentre in altre vi è una proibizione assoluta
di poterli usare a scopi musicali. Naturalmente una posizione non
dogmatica, e cioè che prenda in considerazione ogni singolo strumento
e valuti l'opportunità o meno di poterlo usare per fini musicali,
sembra essere la più ragionevole e la più praticabile. Chiaramente
la scelta dei criteri del riuso dipende anche dall'importanza dello
strumento e dal fatto che lo strumento stesso sia di proprietà privata
oppure pubblica. Va comunque aggiunto che, in ogni caso, le considerazioni
appena esposte valgono per strumenti che siano arrivati a noi in condizioni
buone o molto buone, che siano usati in condizioni ambientali e climatiche
idonee e controllate, e che non abbiano bisogno, per poter suonare,
di un intervento di restauro, ma di una semplice riparazione. Anche
in questo caso a volte è molto difficile stabilire qual è la linea
di confine tra restauro e riparazione, e quindi anche per questo ci
sono e ci saranno sempre opinioni diverse e spesso contrastanti.
Nel caso poi di strumenti compromessi per le ingiurie
del tempo o, come accade più frequentemente, dell'uomo a causa di
restauri maldestri o addirittura sbagliati, si deve decidere se il
restauro è eticamente accettabile o no, in quanto anche se parrebbe
una contraddizione in termini, "restaurare" è malgrado tutto essenzialmente
"cambiare", anche se il criterio della reversibilità di ogni intervento
è comunque da considerarsi tassativo e ineludibile. (4)
Così alla fin fine il nocciolo della questione è se gli
strumenti musicali antichi, nella nostra fattispecie i fortepiani,
debbano essere considerati alla stregua di puri e semplici documenti
costruttivi, oppure debbano essere restituiti alla loro integrità
e funzione di arnesi per la musica e la produzione del suono. Una
via che viene seguita nella maggioranza dei casi, e in presenza di
strumenti di grande importanza storica, è quella di eseguire una copia
dello strumento stesso e usare quella, invece di intraprendere il
restauro fonico dell'originale. Ma è evidente che nessuna copia potrà
essere fedele all'originale in tutto e per tutto: la differenza dei
materiali costruttivi, legno, feltro, pelle, ferro, ecc. fa sì che
anche le copie meglio eseguite, anche se magari strumenti in sé perfetti
e riuscitissimi, non diano la garanzia di restituirci il suono degli
originali. D'altro canto che dire degli originali stessi, i cui materiali
a causa del passare del tempo hanno subito un deterioramento irreversibile
e che quindi anch'essi certamente non suonano più come cento o centocinquanta
o duecento anni fa? La radicalizzazione di questi argomenti porterebbe
dunque alla rinuncia a qualsiasi tentativo di ottenere risposte musicali
attendibili, sia da strumenti originali che da copie; se non che,
come in tutti i processi artistici, la razionalità di queste tesi
viene poi contraddetta in pratica dallo splendore di alcuni strumenti
– originali e copie – che ci inducono a proseguire nella ricerca e
ad accettare qualche compromesso di natura teorica-ideologica in nome
della realtà pragmatica del far musica.
È però evidente che altri compromessi non potranno essere
accettati in nessun caso: come nessuno si sognerebbe di offrire per
un concerto pubblico un pianoforte, magari di ottima marca, ma malamente
accordato, non regolato nella meccanica, con corde arrugginite e sfibrate,
martelli consumati, così non si può (ma purtroppo accade spesso) spacciare
strumenti antichi mal conservati, non perfettamente funzionanti, che
non siano in grado di tenere l'accordatura, come capaci di ricreare
il suono perduto dei grandi Maestri. E come nessuno certamente valuterebbe
la liceità e l'attendibilità del far musica con il pianoforte basandosi
sull'esperienza di "un" pianoforte sconquassato, parimenti non bisogna
affrettarsi a liquidare gli strumenti antichi, in quanto arnesi per
far musica, basandosi sull'ascolto di un qualche vecchio strumento
magari scovato in qualche soffitta o usato per decenni unicamente
come supporto per vasi da fiori o fotografie incorniciate, e improvvisamente
"riscoperto" come meraviglioso reperto musicale!
Esistono ormai nel mondo, in America, in Europa, e in
Italia siamo certamente ai primi posti, laboratori di restauro gestiti
da artigiani, studiosi, ricercatori del più alto livello, capaci di
restituire agli strumenti il massimo delle loro potenzialità nel rispetto
delle caratteristiche originali, attraverso un lavoro scientifico
e di continua ricerca in tutti i campi, da quello storico-musicale,
alla individuazione dei materiali, alla riscoperta delle tecniche
costruttive.
Parallelamente a questa attività, ormai da decenni vi
è un interesse sempre crescente per le prassi esecutive, lo studio
dei trattati, la riconsiderazione della tecnica pianistica a partire
dai pianoforti di Cristofori ai giorni nostri.
Il recupero e il riuso del fortepiano nel panorama musicale
dei giorni nostri è un elemento della vita culturale che ha sollevato
e solleva discussioni, polemiche, divisioni, ma che ha sicuramente
aperto nuovi orizzonti interpretativi e nuove chiavi di lettura del
grande repertorio del sette-ottocento. Il lavoro pionieristico dei
primi tempi è ormai superato, e siamo passati ad una seconda fase,
di riflessione più matura,
più consapevole: passato il momento degli estremismi, dell'integralismo,
siamo entrati in una dimensione nuova, che una volta esaurito il suo
compito di provocazione e di esasperazione filologica, si apre ad
una visione storicistica capace – ce lo auguriamo – non solo di portare
nuova linfa nella rilettura dei grandi classici, ma di creare una
più acuta e consapevole capacità critica di ascolto e una più approfondita
comprensione del progresso storico-musicale.
1) Bernhard Paumgartner «Schubert» (Atlantis), 1974
2) Malcolm Bilson «Why not diversity in sound?» (The New York Times),
14/07/1998
3) Alfred Brendel «Musical Thoughts & After-Thoughts» (Robson Books),
1976
4) Marco Tiella
– Tiziano Zanisi «Contributi allo studio del restauro degli strumenti
musicali» (Turris), 1990