Nel romanzo Il
soccombente, il cui protagonista, come tutti sanno, è un pianista
fallito, Thomas Bernhard scaglia una virulenta invettiva contro i
conservatori: "Non c'è posto al mondo in cui l'irresponsabilità regni sovrana come nei
nostri conservatori".
Bernhard parla dei conservatori austriaci. Noi stiamo
facendo un convegno tutto italiano, e prima di preoccuparci delle
magagne altrui dobbiamo cercare le travi nel nostro occhio. Mi sembra
dunque ovvio che ci chiediamo se anche i conservatori italiani siano il luogo
della irresponsabilità e, data la natura del
Convegno, se lo siano per quanto riguarda il pianoforte. La risposta
mi sembra obbligata: sì, lo sono.
Vorrei però chiarire un punto. Sono irresponsabili i
conservatori, l'istituzione, non sono irresponsabili coloro che nei
conservatori ci lavorano come docenti. Io insegnai in conservatorio
per qualcosa come quarantadue anni, sforzandomi sempre di operare
responsabilmente nei confronti dei miei allievi. Ma per trentadue
anni dovetti sottostare a programmi che non garantivano al ragazzo,
il quale si diplomava eseguendo un "programma da concerto", di essere
veramente attrezzato per affrontare la professione musicale come concertista.
Cercavo in tutti i modi possibili, anche al limite dell'illecito,
di aggirare e di far aggirare le trappole, cercavo di limitare i danni,
mettevo sull'avviso gli allievi e le loro famiglie... Più di tanto non
potevo fare. La mia responsabilità, oltre all'onestà nell'insegnamento,
era di far sapere che l'istituzione era il luogo della irresponsabilità:
ciò facevo, e ciò facevano e fanno tutti i colleghi, molti, che non
si fidano ciecamente di una legge vecchia di quasi settant'anni e
non più rapportabile alla realtà di oggi. Poi, negli ultimi dieci
anni, potei insegnare nel corso sperimentale, e lì, nella sperimentazione,
l'istituzione aveva in parte recuperato la responsabilità. Ma devo
anche dire che alcuni colleghi, pochi, con i programmi sperimentali,
molto aperti e molto affidati alla responsabilità dei docenti,... diventarono
irresponsabili e mirarono non a formare gli allievi, ma a render loro
più agevole il conseguimento del pezzo di carta.
Che cosa non funziona più, nei programmi e nella struttura
del corso di pianoforte che, per definizione, diploma dei concertisti?
I programmi sono fuori dal mondo non perché non contengono
le sonate di Haydn, di Schubert, di Schumann, di Brahms, di Rachmaninov,
di Bartók, di Prokofiev, di Hindemith, di Shostakovic, e non perché
non contengono le Variazioni
op.35 di Beethoven, il secondo e il quarto Scherzo,
la Barcarola e la Polacca-Fantasia di Chopin, Le Images
di Debussy e le Etudes-Tableaux
di Rachmaninov e Petruska
di Stravinsky, ma perché basano l'educazione sul " classico". Senza
contare gli studi del compimento inferiore, che generalmente sono
classici, l'allievo arriva al diploma avendo studiato obbligatoriamente
71 pezzi del periodo da Bach a Beethoven e 7 del dopo-Beethoven. Se
poi ha aumentato il peso del dopo-Beethoven sono cavoli suoi (ed è
qui che intervengono principalmente gli aggiustamenti di buon senso
dell'insegnante); però l'istituzione questo gli chiede, non altro.
La struttura è fuori dal mondo per due motivi: 1) perché
non prevede una molteplicità di sbocchi professionali (sono tutti
concertisti) e 2) perché mantiene il sistema schiettamente artigianale
dell'insegnante unico, dell'insegnante che ti spiega i Canoni
di Kunz e la Fuga della
Hammerklavier di Beethoven, la Sonatina di Clementi e la Sonata di Liszt. Per di più non viene mai
previsto per l'insegnante unico, che non ha assolutamente il tempo
e il modo di seguire tutto il dibattito culturale sulle prassi di
esecuzione e tutto il dibattito storico-critico sui grandi autori,
della letteratura pianistica e tutto il dibattito scientifico sulla
pedagogia moderna, non viene mai previsto per l'insegnante unico,
dicevo, uno straccio di corso di aggiornamento.
Scuola di pianoforte per concertisti: in realtà, scuola
generica, polverosa, irresponsabile o, secondo un'espressione molto
in voga qualche anno addietro, non scuola ma esamificio. Se diamo
retta a Thomas Bernhard possiamo consolarci dicendo che il mal comune
è mezzo gaudio. Ma per lo meno le scuole all'estero, anche se non
ottengono brillanti risultati, sono purtuttavia meglio organizzate,
almeno sulla carta. A prendersela troppo con l'organizzazione italiana
sembra però di sparare sulla Croce Rossa: tutti sanno che è indifesa
(e indifendibile), e tutti sanno che la mancata riforma è una vergogna
della nostra classe politica, perché la riforma degli studi musicali,
fissata con una legge del 1930, non con regolamenti ministeriali,
la può e la deve fare solo il parlamento.
Lascio quindi perdere la pars
destruens, che potrebbe essere più radicale, e cerco di delineare
una pars costruens, con tutti i rischi a ciò
connessi perché non posso appoggiarmi su studi specifici ampi e approfonditi
ma sulle convinzioni che mi son fatto per esperienza personale e per
raffronti tra le mie esperienze e le esperienze di alcuni colleghi
con i quali ho potuto discutere l'argomento. Farò delle osservazioni,
e cercherò poi di trarre delle conclusioni: conclusioni che avranno
carattere di ipotesi di lavoro.
Prima osservazione. Si dice che i concertisti maturano
molto presto. è vero in alcuni casi: Gulda, Pollini, Barenboim, Kissin
e altri ancora erano concertisti a sedici anni. Non è vero sempre,
e in genere non è vero tra i buoni concertisti professionisti che
non assurgono alla categoria dei fuori classe: non faccio nomi, ma
chiunque se li può fare da solo. La didattica per i concertisti deve
dunque occuparsi, o no, di fanciulli eccezionalmente dotati e precoci?
Assolutamente no, secondo me. Se ci furono dei sedicenni già formati,
ci furono anche sedicenni, molto più numerosi, che sembravano formati
e che poi sparirono dalla scena. Quante volte abbiamo visto brillantissimi
adolescenti che non maturarono mai come uomini? Io ritengo piuttosto
che non si debbano incasellare i ragazzi in corsi e programmi precisi
e che si debba permetter loro di sviluppare il loro talento in modo
individuale, incanalandone sì lo sviluppo verso determinati traguardi
ma senza stabilire percorsi obbligati. Arduo da ottenere, questo?Più
facile da enunciare che da realizzare? Sicuramente sì. Questo è però
il vero problema dell'insegnante: non far fare certe cose o certe
altre perché è tradizione che si facciano, ma individuare ciò che
è utile o indispensabile in ogni momento, in vista di un risultato
che verrà raggiunto nel corso di un periodo non breve di anni.
Forte responsabilizzazione dell'insegnante, dunque. Ma,
tanto per esser pratici, è pensabile che si trovino ad ogni livello
di apprendimento insegnanti così esperti, e così capaci di capire
i bisogni dell'allievo da progettare di conseguenza il suo curriculum?
Credo che la responsabilità, senza programmi prestabiliti e uguali
per tutti gli allievi, dovrebbe esser caricata non solo sulle spalle
del singolo insegnante ma di un gruppo di insegnanti. Se quattro o
cinque insegnanti preparano ogni anno due saggi di classe per ciascuno,
e tutti i quattro o cinque assistono a tutti i saggi, è possibile
che attraverso lo scambio delle impressioni e la discussione si pervenga
a decidere collegialmente, o per lo meno a fornire al singolo insegnante
un ventaglio di ipotesi tra cui scegliere. In ogni caso, credo, è
sempre meglio decidere dopo aver sentito l'opinione degli altri, piuttosto
che decidere per illuminazione e in solitudine. Indipendentemente
dalle decisioni del singolo insegnante, confortate dal parere di altri
insegnanti della stessa materia, sarebbe opportuno che il gruppo degli
insegnanti fruisse dell'assistenza di un pedagogista.
Nella attuale situazione dei conservatori, e in quella
che si prospetta con la cosiddetta Legge Sbarbati io sto pensando
ad un corso di studi in istituzioni pubbliche che parta dal livello
della scuola media inferiore. Certo, sarebbe non solo utile ma pressoché
indispensabile che l'educazione del pianista iniziasse prima, nella
scuola elementare. Non credo però che si possa ragionevolmente pensare,
oggi, ad un insegnamento del pianoforte assicurato dallo Stato a partire
dalla scuola primaria. Diamo dunque per scontato che nella prima classe
della scuola media inferiore arriveranno ragazzini con e ragazzini
senza una precedente educazione o infarinatura pianistica. L'importante,
ripeto, è di non incanalare questo gregge in un tratturo già tracciato,
di non pretendere che chi arriva digiuno di tutto debba eseguire al
quarto anno le Sinfonie
di Bach e chi arriva sapendo suonare il Clavicembalo
ben temperato debba regredire alle Invenzioni.
Avendo io prima criticato il sistema dell'insegnante
unico è chiaro che a proposito della scuola media penso ad un insegnante
di pianoforte che sia l'equivalente di un insegnante di matematica,
uno specialista della fascia di età dagli undici ai quattordici anni,
non uno specialista dei primi tre anni del corso di pianoforte qual
è negli attuali conservatori. E l'insegnante a cui io penso, selezionato
attraverso un concorso per titoli e per esami che ne abbia accertato
anche la cultura pianistica generale, potrà preparare per l'esame
di licenza della scuola media inferiore il ragazzino che, puta caso,
sia in grado di eseguire a quattordici anni la Sonata op.110 di Beethoven.
Capiterà una volta su un milione, ma se
capita io ritengo che non si debba comunque forzare il ragazzino,
nella 110, al di là di ciò che può fare sotto
la guida di un insegnante che lo aiuti ad esprimersi al suo livello
di maturità spirituale e di sviluppo musicale. L'insegnante che prepara
sulla 110 un ventiquattrenne deve essere in grado
di spiegare all'allievo il momento della storia personale di Beethoven
in cui questa sonata viene composta.Il fatto che le tre ultime sonate
siano state create insieme con la Missa
solemnis, ecc. ecc. Non c'è invece bisogno di scendere a questo
livello di analisi, se il discente è un quattordicenne. E così ritorno
a quel che dicevo all'inizio: non penso che si debba impostare una
didattica per concertisti riservata a ragazzi di speciale talento.
è giusto che il talento, se c'è, si esplichi, ma non che si pensi
di dare un indirizzo professionale, e per una professione così difficile
come quella del concertista di pianoforte, ad un dodicenne.
Seconda osservazione. è chiaro per tutti, a questo punto,
che secondo me la scelta dell'indirizzo concertistico professionale
va prevista dopo il compimento della scuola secondaria superiore.
Sempre tenendo conto del fatto che anche nella scuola media superiore
non penso a programmi uguali per tutti, è evidente che per l'accesso
al corso professionale, di tipo universitario, è necessario invece
un esame di ammissione che verifichi un livello minimo di preparazione
e di sviluppo. Per l'esame io prevederei, dopo otto anni di studio,
questo programma: un Preludio
e fuga del Clavicembalo
ben temperato di Bach, un Concerto
di Mozart (dal K 271 incluso in poi), una Sonata
di Beethoven (escluse le due op.49 e l'op.79), due composizioni
di due autori diversi scelte fra quelle di Schubert, Chopin, Schumann,
Liszt, Brahms, di cui una di durata non inferiore a dieci minuti,
tre composizioni di tre autori diversi scelte fra quelle di Debussy,
Ravel, Rachmaninov, Scriabin, Bartók, Stravinsky, Prokofiev, Shostakovic,
di cui due di durata non inferiore a sette minuti, un pezzo da preparare
in una settimana, un pezzo da preparare in sei ore, lettura a prima
vista. Niente Studi, mi chiederà scandalizzato qualcuno? Secondo me,
no. Non dico che gli Studi siano da bandire: affatto. E se qualcuno
ha la testa e le mani adatte per eseguire uno Studio in modo adeguato
lo faccia. Ma così come non giudichiamo nessun giovane pianista sulle
scale e sugli esercizi, non giudichiamolo sugli Studi, che per essere
eseguiti in modo, come dicevo, adeguato, esigono una forma
mentis che non è comune. E quando questa forma mentis non c'è o non c'è
ancora è bene non imporre un impiego
di tempo squilibrato rispetto ai risultati. Del resto, lo Studio serve
oggi per verificare un grado di preparazione tecnica (parziale: altrimenti,
bisognerebbe verificare che gli Studi dell'attuale compimento inferiore
fossero effettivamente "di tecnica diversa", senza considerare poi
il fatto che nessuno è oggi più tanto pazzo da pretendere che le velocità
siano effettivamente quelle indicate con cifre di metronomo da Clementi
o da Czerny o da Chopin). Con il programma che io ho esposto prima,
anche il grado di preparazione tecnica – possiamo starne certi – viene
verificato ad abundantiam
senza la croce degli Studi.
Terza osservazione. A diciannove anni il ragazzo entrerà
in una scuola professionale in cui dovrà poter scegliere secondo me
(non subito, dopo un paio d'anni) fra quattro diversi indirizzi: concertista,
ricercatore, didatta, collaboratore. Il tempo che ho a disposizione
non mi consente di occuparmi del secondo, del terzo e del quarto indirizzo:
dico soltanto che non penso ad un didatta che non sappia suonar bene
il pianoforte, e aggiungo che alcune delle materie formative del concertista
sono tali anche per il ricercatore e per il didatta.
Domanda importante: quanti anni deve durare il corso
professionale? Gli attuali due anni del corso superiore dei conservatori,
si sa, fanno oggi ridere anche i polli. Molti docenti pensano però
ad un corso di quattro anni. Io penso ad un corso di sei anni. Ci
vogliono sei anni di università per diventare medico generico, e ci
vogliono almeno sei anni, secondo me, per diventare concertista professionista.
Lo dico in base all'esperienza decennale che ho fatto nell'Accademia
di Imola. Ma scorrendo l'elenco delle materie di studio che adesso
esporrò credo che tutti converranno con me.
Quarta osservazione. Per progettare la didattica del
concertista bisogna chiedersi fino a che punto ci si possa basare
sulla lunga esperienza dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia,
unica istituzione statale con corsi post-diploma, e sulle ormai annose
esperienze delle varie accademie private che hanno operato e stanno
operando in Italia. Mi sono appena riferito a ciò che ho verificato
nell'Accademia di Imola, ma so che in vista di un futuro più razionale,
e garantito dallo Stato, quel che conosco per scienza mia e quel che
ho appreso dai colleghi è poca cosa. Le accademie – di Santa Cecilia
come le altre – non sono veramente in grado, vuoi per mancanza di
progettazione, vuoi soprattutto per difficoltà di ordine economico,
non sono veramente in grado, dicevo, di impartire un insegnamento
di tipo universitario, cioè scientifico. Nelle varie accademie che
affrontano il problema didattico seriamente, e non per speculare sulle
manchevolezze dei conservatori, si riproduce in pratica la situazione
che si verificava in Italia cent'anni or sono, quando gli istituti
di stato erano cinque e le cattedre di pianoforte un po' meno di venti:
nelle accademie di oggi, come nei conservatori del tempo che fu, si
trovano docenti di alto e riconosciuto valore, che insegnano artigianalmente.
Il livello universitario, che ci metterebbe alla pari
con gli altri paesi dell'Unione Europea, è invece di tipo scientifico.
Ora, che cosa significa passare dal tradizionale livello artigianale,
collaudato, ad un livello scientifico, che magari sarà, all'inizio,
sperimentale, ma che non possiamo non progettare per evidentissime
ragioni? Bisogna dire prima di tutto che insegnamento artigianale
non significa insegnamento anti-scientifico. Anzi; se l'insegnamento
artigianale consegue buoni o ottimi risultati, è scientifico e non
può che essere scientifico, cioè basato su principi scientifici. Principi
che non vengono però esplicitati al discente e che non sono neppur
noti, o noti in modo nebuloso, al docente. Nell'insegnamento universitario,
invece, i vari campi del sapere – ad esempio la medicina o l'architettura
(disciplina artistica, questa) o altro – vengono ripartiti in materie
ed analizzati secondo i criteri scientifici: il sapere viene dapprima
suddiviso nei suoi componenti e successivamente ricomposto.
Non si può negare che nell'insegnamento degli strumenti
musicali esisterà sempre un certo grado di empirismo, perché si tratta
di imparare a maneggiare un attrezzo. Però anche il lancio del disco
è maneggio di un attrezzo, sia pure finalizzato a se stesso; ma oggi
non sarebbe più pensabile che il grande discobolo riunisse intorno
a sè alcuni praticanti e facesse veder loro come si lancia, limitandosi
a correggere a occhio le posizioni, a palpare i muscoli e a dar consigli
di buon senso. La preparazione del discobolo è oggi ben diversa da
quella di un tempo, e si vale anche di strumentazioni che rivelano
molto più di quanto si possa capire intuitivamente o con i rudimentali
mezzi dell'occhio e della palpazione: oltre a guardare il discobolo
e, magari, a palparne i muscoli – perché non si rinuncia in toto agli antichi sistemi –
se ne analizzano i movimenti mediante
il film e con macchine computerizzate capaci di frazionarli al limite di cento fotogrammi al secondo,
si misura l'attività muscolare
con sensori superficiali, e profondi, si controllano i tempi di reazione
nervosa, ecc., ecc.
Valendosi di strumentazioni scientifiche messe a punto
per l'atletica, già sul semplice aspetto tecnico dell'esecuzione pianistica
si potrebbe operare in modo diverso; già sul semplice aspetto tecnico
l'insegnante potrebbe disporre di ausili che certificassero le sue
intuizioni o, se del caso, le completassero e le indirizzassero con
maggior sicurezza. Ciò senza pensare di istituire – no, per amore
del cielo! – un corso di tecnica pura, che distoglierebbe dalle finalità
artistiche dell'interpretazione, ma per sfruttare con giusto criterio
tutto ciò di cui disponiamo oggi.
Il concertista di pianoforte deve però possedere non
soltanto una tecnica sicura e un repertorio vasto, ma anche rapidità
di apprendimento, perché solo pochi artisti possono imporre alle società
che li scritturano le loro scelte di programma, mentre i più devono
saper rispondere a precise richieste, da soddisfare in un tempo prefissato.
Un laureato in concertismo pianistico deve a parer mio avere all'inizio
in repertorio –
si prenda quel che dico cum
grano salis: cerco solo di fissare dei termini – deve aver in
repertorio non meno di dieci concerti, parte con orchestra da camera,
parte con orchestra sinfonica, e non meno di otto programmi di recital,
con musiche di epoche diverse; dev'essere inoltre in grado di preparare
per l'esecuzione un concerto di normale durata e difficoltà (non,
ad esempio, il Concerto
op.39 di Busoni) con un preavviso di trenta giorni all'incirca: all'incirca
ma al massimo: meglio esser più svelti. Per
raggiungere questi traguardi bisogna che il repertorio sia studiato
con diversi insegnanti e che l'allievo venga allenato con "compiti"
da svolgere con tempi di preparazione ristretti.
Il concertista dovrà studiare la storia della letteratura
pianistica, la storia della didattica, la storia dell'interpretazione,
il clavicembalo, il fortepiano, la lettura della partitura, fare esercitazioni
di musica da camera e con orchestra ed esercitazioni di registrazione
di dischi, avere nozioni di anatomia, fisiologia, patologia, fisica
acustica, meccanica, psicologia e scienza della comunicazione, conoscere
bene almeno una lingua straniera. Dovrà aver ripreso la storia della
musica, limitatamente agli ultimi tre secoli, dovrà conoscere i collegamenti
fra la musica pianistica e la letteratura, le arti plastiche, l'evoluzione
della civiltà. Vi sembra che siano troppi, sei anni, per un cumulo
di materie come questo? Ho elencato diciotto discipline, diciotto
esami, a cui sono da aggiungere quelli di esecuzione solistica vera
e propria, non meno di due all'anno, uno per il recital ed uno per
il concerto: siamo nelle dimensioni di un grosso corso di laurea.
Penultima osservazione. Tutte le materie che ho elencato, compreso
lo studio del pianoforte, devono essere finalizzate unicamente alla
specifica formazione professionale, non alla cultura generale: ad
esempio, dopo un periodo di indirizzo comune, altra cosa è lo studio
della storia della letteratura pianistica per il concertista, altra
cosa per il ricercatore, altra cosa per il didatta, altra cosa è lo
studio della storia della didattica per il concertista e per il ricercatore,
altra cosa per il didatta. Altri esempi di definizione di limiti nelle
materie complementari: studio dell'anatomia degli arti superiori,
e del busto, della fisiologia con particolare riguardo al sistema
nervoso, delle patologie specifiche (tendiniti, crampi, contrazioni
muscolari spasmodiche, affaticamento) e dei relativi correttivi (tecniche
di respirazione, tecniche di rilassamento, ginnastica e antiginnastica),
dell'acustica riguardante la corda percossa, della meccanica riguardante
il sistema di leve che spinge il martelletto a colpire la corda, ecc.,
ecc.
Ultima osservazione. Nel mio discorso c'è indubbiamente,
almeno in apparenza, un'aporia: per l'inizio, scuola media, ho ritenuto
saggio tener conto della Legge Sbarbati, per la fine no, perché la
durata del corso negli istituti superiori previsti dalla Legge Sbarbati
è di quattro anni. In realtà io penso che quattro anni siano sufficienti
per formare il didatta e il collaboratore, e che per il concertista
e il ricercatore ci vogliano sei anni. Ma penso che sarebbe prova
di megalomania e di irresponsabilità avere i corsi per concertisti
e per ricercatori in venti istituti superiori, uno per ogni regione.
Così come non tutte le università hanno tutti i corsi di laurea esistenti
in Italia, secondo me non tutti gli ISDA dovranno avere tutti i corsi
possibili.E per taluni corsi, là dove verranno istituiti, si potranno
prevedere durate diverse, così come diversa è la durata del corso
di farmacia e del corso di medicina, del corso di legge e del corso
di ingegneria.
È ovvio, è persino troppo ovvio che la riforma degli
studi musicali in Italia, e quindi anche dell'insegnamento del pianoforte
in istituti pubblici, non potrà riguardare solo strutture e programmi,
ma anche, e direi soprattutto, la mentalità dei docenti e dei
discenti e delle loro famiglie. Pianoforte inteso dapprima come
materia educativa e formativa della personalità, scelta dell'indirizzo
professionale a diciannove anni, abbandono della cosiddetta doppia
scolarità e della ricerca ad ogni costo del titolo di studio specifico;
formazione nel giro d'un decennio di una classe docente preparata
sui nuovi indirizzi, riqualificazione della classe docente esistente
in relazione con una nuova realtà. Questi sono i cardini veri della
riforma. E poi, da parte del Ministero, la capacità di dare all'insegnamento
per professionisti dimensioni che tengano conto del mercato del lavoro
più che delle ambizioni e delle spinte localistiche. è possibile tutto
ciò? Possibile è, se si procede con giudizio e con criterio. Ma, come
dice Bartolo nelle Nozze di
Figaro, "il caso è serio".