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La didattica per i concertisti

Piero Rattalino
Docente delle Accademie di Imola e Portogruaro
Direttore artistico Teatro Bellini di Catania
Critico musicale

Nel romanzo Il soccombente, il cui protagonista, come tutti sanno, è un pianista fallito, Thomas Bernhard scaglia una virulenta invettiva contro i conservatori: "Non c'è posto al mondo in cui l'irresponsabilità regni sovrana come nei nostri conservatori".

Bernhard parla dei conservatori austriaci. Noi stiamo facendo un convegno tutto italiano, e prima di preoccuparci delle magagne altrui dobbiamo cercare le travi nel nostro occhio. Mi sembra dunque ovvio che ci chiediamo se anche i conservatori italiani siano il luogo della irresponsabilità e, data la natura del Convegno, se lo siano per quanto riguarda il pianoforte. La risposta mi sembra obbligata: sì, lo sono.

Vorrei però chiarire un punto. Sono irresponsabili i conservatori, l'istituzione, non sono irresponsabili coloro che nei conservatori ci lavorano come docenti. Io insegnai in conservatorio per qualcosa come quarantadue anni, sforzandomi sempre di operare responsabilmente nei confronti dei miei allievi. Ma per trentadue anni dovetti sottostare a programmi che non garantivano al ragazzo, il quale si diplomava eseguendo un "programma da concerto", di essere veramente attrezzato per affrontare la professione musicale come concertista. Cercavo in tutti i modi possibili, anche al limite dell'illecito, di aggirare e di far aggirare le trappole, cercavo di limitare i danni, mettevo sull'avviso gli allievi e le loro famiglie... Più di tanto non potevo fare. La mia responsabilità, oltre all'onestà nell'insegnamento, era di far sapere che l'istituzione era il luogo della irresponsabilità: ciò facevo, e ciò facevano e fanno tutti i colleghi, molti, che non si fidano ciecamente di una legge vecchia di quasi settant'anni e non più rapportabile alla realtà di oggi. Poi, negli ultimi dieci anni, potei insegnare nel corso sperimentale, e lì, nella sperimentazione, l'istituzione aveva in parte recuperato la responsabilità. Ma devo anche dire che alcuni colleghi, pochi, con i programmi sperimentali, molto aperti e molto affidati alla responsabilità dei docenti,... diventarono irresponsabili e mirarono non a formare gli allievi, ma a render loro più agevole il conseguimento del pezzo di carta.

Che cosa non funziona più, nei programmi e nella struttura del corso di pianoforte che, per definizione, diploma dei concertisti?

I programmi sono fuori dal mondo non perché non contengono le sonate di Haydn, di Schubert, di Schumann, di Brahms, di Rachmaninov, di Bartók, di Prokofiev, di Hindemith, di Shostakovic, e non perché non contengono le Variazioni op.35 di Beethoven, il secondo e il quarto Scherzo, la Barcarola e la Polacca-Fantasia di Chopin, Le Images di Debussy e le Etudes-Tableaux di Rachmaninov e Petruska di Stravinsky, ma perché basano l'educazione sul " classico". Senza contare gli studi del compimento inferiore, che generalmente sono classici, l'allievo arriva al diploma avendo studiato obbligatoriamente 71 pezzi del periodo da Bach a Beethoven e 7 del dopo-Beethoven. Se poi ha aumentato il peso del dopo-Beethoven sono cavoli suoi (ed è qui che intervengono principalmente gli aggiustamenti di buon senso dell'insegnante); però l'istituzione questo gli chiede, non altro.

La struttura è fuori dal mondo per due motivi: 1) perché non prevede una molteplicità di sbocchi professionali (sono tutti concertisti) e 2) perché mantiene il sistema schiettamente artigianale dell'insegnante unico, dell'insegnante che ti spiega i Canoni di Kunz e la Fuga della Hammerklavier di Beethoven, la Sonatina di Clementi e la Sonata di Liszt. Per di più non viene mai previsto per l'insegnante unico, che non ha assolutamente il tempo e il modo di seguire tutto il dibattito culturale sulle prassi di esecuzione e tutto il dibattito storico-critico sui grandi autori, della letteratura pianistica e tutto il dibattito scientifico sulla pedagogia moderna, non viene mai previsto per l'insegnante unico, dicevo, uno straccio di corso di aggiornamento.

Scuola di pianoforte per concertisti: in realtà, scuola generica, polverosa, irresponsabile o, secondo un'espressione molto in voga qualche anno addietro, non scuola ma esamificio. Se diamo retta a Thomas Bernhard possiamo consolarci dicendo che il mal comune è mezzo gaudio. Ma per lo meno le scuole all'estero, anche se non ottengono brillanti risultati, sono purtuttavia meglio organizzate, almeno sulla carta. A prendersela troppo con l'organizzazione italiana sembra però di sparare sulla Croce Rossa: tutti sanno che è indifesa (e indifendibile), e tutti sanno che la mancata riforma è una vergogna della nostra classe politica, perché la riforma degli studi musicali, fissata con una legge del 1930, non con regolamenti ministeriali, la può e la deve fare solo il parlamento.

Lascio quindi perdere la pars destruens, che potrebbe essere più radicale, e cerco di delineare una pars costruens, con tutti i rischi a ciò connessi perché non posso appoggiarmi su studi specifici ampi e approfonditi ma sulle convinzioni che mi son fatto per esperienza personale e per raffronti tra le mie esperienze e le esperienze di alcuni colleghi con i quali ho potuto discutere l'argomento. Farò delle osservazioni, e cercherò poi di trarre delle conclusioni: conclusioni che avranno carattere di ipotesi di lavoro.

Prima osservazione. Si dice che i concertisti maturano molto presto. è vero in alcuni casi: Gulda, Pollini, Barenboim, Kissin e altri ancora erano concertisti a sedici anni. Non è vero sempre, e in genere non è vero tra i buoni concertisti professionisti che non assurgono alla categoria dei fuori classe: non faccio nomi, ma chiunque se li può fare da solo. La didattica per i concertisti deve dunque occuparsi, o no, di fanciulli eccezionalmente dotati e precoci? Assolutamente no, secondo me. Se ci furono dei sedicenni già formati, ci furono anche sedicenni, molto più numerosi, che sembravano formati e che poi sparirono dalla scena. Quante volte abbiamo visto brillantissimi adolescenti che non maturarono mai come uomini? Io ritengo piuttosto che non si debbano incasellare i ragazzi in corsi e programmi precisi e che si debba permetter loro di sviluppare il loro talento in modo individuale, incanalandone sì lo sviluppo verso determinati traguardi ma senza stabilire percorsi obbligati. Arduo da ottenere, questo?Più facile da enunciare che da realizzare? Sicuramente sì. Questo è però il vero problema dell'insegnante: non far fare certe cose o certe altre perché è tradizione che si facciano, ma individuare ciò che è utile o indispensabile in ogni momento, in vista di un risultato che verrà raggiunto nel corso di un periodo non breve di anni.

Forte responsabilizzazione dell'insegnante, dunque. Ma, tanto per esser pratici, è pensabile che si trovino ad ogni livello di apprendimento insegnanti così esperti, e così capaci di capire i bisogni dell'allievo da progettare di conseguenza il suo curriculum? Credo che la responsabilità, senza programmi prestabiliti e uguali per tutti gli allievi, dovrebbe esser caricata non solo sulle spalle del singolo insegnante ma di un gruppo di insegnanti. Se quattro o cinque insegnanti preparano ogni anno due saggi di classe per ciascuno, e tutti i quattro o cinque assistono a tutti i saggi, è possibile che attraverso lo scambio delle impressioni e la discussione si pervenga a decidere collegialmente, o per lo meno a fornire al singolo insegnante un ventaglio di ipotesi tra cui scegliere. In ogni caso, credo, è sempre meglio decidere dopo aver sentito l'opinione degli altri, piuttosto che decidere per illuminazione e in solitudine. Indipendentemente dalle decisioni del singolo insegnante, confortate dal parere di altri insegnanti della stessa materia, sarebbe opportuno che il gruppo degli insegnanti fruisse dell'assistenza di un pedagogista.

Nella attuale situazione dei conservatori, e in quella che si prospetta con la cosiddetta Legge Sbarbati io sto pensando ad un corso di studi in istituzioni pubbliche che parta dal livello della scuola media inferiore. Certo, sarebbe non solo utile ma pressoché indispensabile che l'educazione del pianista iniziasse prima, nella scuola elementare. Non credo però che si possa ragionevolmente pensare, oggi, ad un insegnamento del pianoforte assicurato dallo Stato a partire dalla scuola primaria. Diamo dunque per scontato che nella prima classe della scuola media inferiore arriveranno ragazzini con e ragazzini senza una precedente educazione o infarinatura pianistica. L'importante, ripeto, è di non incanalare questo gregge in un tratturo già tracciato, di non pretendere che chi arriva digiuno di tutto debba eseguire al quarto anno le Sinfonie di Bach e chi arriva sapendo suonare il Clavicembalo ben temperato debba regredire alle Invenzioni.

Avendo io prima criticato il sistema dell'insegnante unico è chiaro che a proposito della scuola media penso ad un insegnante di pianoforte che sia l'equivalente di un insegnante di matematica, uno specialista della fascia di età dagli undici ai quattordici anni, non uno specialista dei primi tre anni del corso di pianoforte qual è negli attuali conservatori. E l'insegnante a cui io penso, selezionato attraverso un concorso per titoli e per esami che ne abbia accertato anche la cultura pianistica generale, potrà preparare per l'esame di licenza della scuola media inferiore il ragazzino che, puta caso, sia in grado di eseguire a quattordici anni la Sonata op.110 di Beethoven. Capiterà una volta su un milione, ma se capita io ritengo che non si debba comunque forzare il ragazzino, nella 110, al di là di ciò che può fare sotto la guida di un insegnante che lo aiuti ad esprimersi al suo livello di maturità spirituale e di sviluppo musicale. L'insegnante che prepara sulla 110 un ventiquattrenne deve essere in grado di spiegare all'allievo il momento della storia personale di Beethoven in cui questa sonata viene composta.Il fatto che le tre ultime sonate siano state create insieme con la Missa solemnis, ecc. ecc. Non c'è invece bisogno di scendere a questo livello di analisi, se il discente è un quattordicenne. E così ritorno a quel che dicevo all'inizio: non penso che si debba impostare una didattica per concertisti riservata a ragazzi di speciale talento. è giusto che il talento, se c'è, si esplichi, ma non che si pensi di dare un indirizzo professionale, e per una professione così difficile come quella del concertista di pianoforte, ad un dodicenne.

Seconda osservazione. è chiaro per tutti, a questo punto, che secondo me la scelta dell'indirizzo concertistico professionale va prevista dopo il compimento della scuola secondaria superiore. Sempre tenendo conto del fatto che anche nella scuola media superiore non penso a programmi uguali per tutti, è evidente che per l'accesso al corso professionale, di tipo universitario, è necessario invece un esame di ammissione che verifichi un livello minimo di preparazione e di sviluppo. Per l'esame io prevederei, dopo otto anni di studio, questo programma: un Preludio e fuga del Clavicembalo ben temperato di Bach, un Concerto di Mozart (dal K 271 incluso in poi), una Sonata di Beethoven (escluse le due op.49 e l'op.79), due composizioni di due autori diversi scelte fra quelle di Schubert, Chopin, Schumann, Liszt, Brahms, di cui una di durata non inferiore a dieci minuti, tre composizioni di tre autori diversi scelte fra quelle di Debussy, Ravel, Rachmaninov, Scriabin, Bartók, Stravinsky, Prokofiev, Shostakovic, di cui due di durata non inferiore a sette minuti, un pezzo da preparare in una settimana, un pezzo da preparare in sei ore, lettura a prima vista. Niente Studi, mi chiederà scandalizzato qualcuno? Secondo me, no. Non dico che gli Studi siano da bandire: affatto. E se qualcuno ha la testa e le mani adatte per eseguire uno Studio in modo adeguato lo faccia. Ma così come non giudichiamo nessun giovane pianista sulle scale e sugli esercizi, non giudichiamolo sugli Studi, che per essere eseguiti in modo, come dicevo, adeguato, esigono una forma mentis che non è comune. E quando questa forma mentis non c'è o non c'è ancora è bene non imporre un impiego di tempo squilibrato rispetto ai risultati. Del resto, lo Studio serve oggi per verificare un grado di preparazione tecnica (parziale: altrimenti, bisognerebbe verificare che gli Studi dell'attuale compimento inferiore fossero effettivamente "di tecnica diversa", senza considerare poi il fatto che nessuno è oggi più tanto pazzo da pretendere che le velocità siano effettivamente quelle indicate con cifre di metronomo da Clementi o da Czerny o da Chopin). Con il programma che io ho esposto prima, anche il grado di preparazione tecnica – possiamo starne certi – viene verificato ad abundantiam senza la croce degli Studi.

Terza osservazione. A diciannove anni il ragazzo entrerà in una scuola professionale in cui dovrà poter scegliere secondo me (non subito, dopo un paio d'anni) fra quattro diversi indirizzi: concertista, ricercatore, didatta, collaboratore. Il tempo che ho a disposizione non mi consente di occuparmi del secondo, del terzo e del quarto indirizzo: dico soltanto che non penso ad un didatta che non sappia suonar bene il pianoforte, e aggiungo che alcune delle materie formative del concertista sono tali anche per il ricercatore e per il didatta.

Domanda importante: quanti anni deve durare il corso professionale? Gli attuali due anni del corso superiore dei conservatori, si sa, fanno oggi ridere anche i polli. Molti docenti pensano però ad un corso di quattro anni. Io penso ad un corso di sei anni. Ci vogliono sei anni di università per diventare medico generico, e ci vogliono almeno sei anni, secondo me, per diventare concertista professionista. Lo dico in base all'esperienza decennale che ho fatto nell'Accademia di Imola. Ma scorrendo l'elenco delle materie di studio che adesso esporrò credo che tutti converranno con me.

Quarta osservazione. Per progettare la didattica del concertista bisogna chiedersi fino a che punto ci si possa basare sulla lunga esperienza dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia, unica istituzione statale con corsi post-diploma, e sulle ormai annose esperienze delle varie accademie private che hanno operato e stanno operando in Italia. Mi sono appena riferito a ciò che ho verificato nell'Accademia di Imola, ma so che in vista di un futuro più razionale, e garantito dallo Stato, quel che conosco per scienza mia e quel che ho appreso dai colleghi è poca cosa. Le accademie – di Santa Cecilia come le altre – non sono veramente in grado, vuoi per mancanza di progettazione, vuoi soprattutto per difficoltà di ordine economico, non sono veramente in grado, dicevo, di impartire un insegnamento di tipo universitario, cioè scientifico. Nelle varie accademie che affrontano il problema didattico seriamente, e non per speculare sulle manchevolezze dei conservatori, si riproduce in pratica la situazione che si verificava in Italia cent'anni or sono, quando gli istituti di stato erano cinque e le cattedre di pianoforte un po' meno di venti: nelle accademie di oggi, come nei conservatori del tempo che fu, si trovano docenti di alto e riconosciuto valore, che insegnano artigianalmente.

Il livello universitario, che ci metterebbe alla pari con gli altri paesi dell'Unione Europea, è invece di tipo scientifico. Ora, che cosa significa passare dal tradizionale livello artigianale, collaudato, ad un livello scientifico, che magari sarà, all'inizio, sperimentale, ma che non possiamo non progettare per evidentissime ragioni? Bisogna dire prima di tutto che insegnamento artigianale non significa insegnamento anti-scientifico. Anzi; se l'insegnamento artigianale consegue buoni o ottimi risultati, è scientifico e non può che essere scientifico, cioè basato su principi scientifici. Principi che non vengono però esplicitati al discente e che non sono neppur noti, o noti in modo nebuloso, al docente. Nell'insegnamento universitario, invece, i vari campi del sapere – ad esempio la medicina o l'architettura (disciplina artistica, questa) o altro – vengono ripartiti in materie ed analizzati secondo i criteri scientifici: il sapere viene dapprima suddiviso nei suoi componenti e successivamente ricomposto.

Non si può negare che nell'insegnamento degli strumenti musicali esisterà sempre un certo grado di empirismo, perché si tratta di imparare a maneggiare un attrezzo. Però anche il lancio del disco è maneggio di un attrezzo, sia pure finalizzato a se stesso; ma oggi non sarebbe più pensabile che il grande discobolo riunisse intorno a sè alcuni praticanti e facesse veder loro come si lancia, limitandosi a correggere a occhio le posizioni, a palpare i muscoli e a dar consigli di buon senso. La preparazione del discobolo è oggi ben diversa da quella di un tempo, e si vale anche di strumentazioni che rivelano molto più di quanto si possa capire intuitivamente o con i rudimentali mezzi dell'occhio e della palpazione: oltre a guardare il discobolo e, magari, a palparne i muscoli – perché non si rinuncia in toto agli antichi sistemi – se ne analizzano i movimenti mediante il film e con macchine computerizzate capaci di frazionarli al limite di cento fotogrammi al secondo, si misura l'attività muscolare con sensori superficiali, e profondi, si controllano i tempi di reazione nervosa, ecc., ecc.

Valendosi di strumentazioni scientifiche messe a punto per l'atletica, già sul semplice aspetto tecnico dell'esecuzione pianistica si potrebbe operare in modo diverso; già sul semplice aspetto tecnico l'insegnante potrebbe disporre di ausili che certificassero le sue intuizioni o, se del caso, le completassero e le indirizzassero con maggior sicurezza. Ciò senza pensare di istituire – no, per amore del cielo! – un corso di tecnica pura, che distoglierebbe dalle finalità artistiche dell'interpretazione, ma per sfruttare con giusto criterio tutto ciò di cui disponiamo oggi.

Il concertista di pianoforte deve però possedere non soltanto una tecnica sicura e un repertorio vasto, ma anche rapidità di apprendimento, perché solo pochi artisti possono imporre alle società che li scritturano le loro scelte di programma, mentre i più devono saper rispondere a precise richieste, da soddisfare in un tempo prefissato. Un laureato in concertismo pianistico deve a parer mio avere all'inizio in repertorio –

si prenda quel che dico cum grano salis: cerco solo di fissare dei termini – deve aver in repertorio non meno di dieci concerti, parte con orchestra da camera, parte con orchestra sinfonica, e non meno di otto programmi di recital, con musiche di epoche diverse; dev'essere inoltre in grado di preparare per l'esecuzione un concerto di normale durata e difficoltà (non, ad esempio, il Concerto op.39 di Busoni) con un preavviso di trenta giorni all'incirca: all'incirca ma al massimo: meglio esser più svelti. Per raggiungere questi traguardi bisogna che il repertorio sia studiato con diversi insegnanti e che l'allievo venga allenato con "compiti" da svolgere con tempi di preparazione ristretti.

Il concertista dovrà studiare la storia della letteratura pianistica, la storia della didattica, la storia dell'interpretazione, il clavicembalo, il fortepiano, la lettura della partitura, fare esercitazioni di musica da camera e con orchestra ed esercitazioni di registrazione di dischi, avere nozioni di anatomia, fisiologia, patologia, fisica acustica, meccanica, psicologia e scienza della comunicazione, conoscere bene almeno una lingua straniera. Dovrà aver ripreso la storia della musica, limitatamente agli ultimi tre secoli, dovrà conoscere i collegamenti fra la musica pianistica e la letteratura, le arti plastiche, l'evoluzione della civiltà. Vi sembra che siano troppi, sei anni, per un cumulo di materie come questo? Ho elencato diciotto discipline, diciotto esami, a cui sono da aggiungere quelli di esecuzione solistica vera e propria, non meno di due all'anno, uno per il recital ed uno per il concerto: siamo nelle dimensioni di un grosso corso di laurea. Penultima osservazione. Tutte le materie che ho elencato, compreso lo studio del pianoforte, devono essere finalizzate unicamente alla specifica formazione professionale, non alla cultura generale: ad esempio, dopo un periodo di indirizzo comune, altra cosa è lo studio della storia della letteratura pianistica per il concertista, altra cosa per il ricercatore, altra cosa per il didatta, altra cosa è lo studio della storia della didattica per il concertista e per il ricercatore, altra cosa per il didatta. Altri esempi di definizione di limiti nelle materie complementari: studio dell'anatomia degli arti superiori, e del busto, della fisiologia con particolare riguardo al sistema nervoso, delle patologie specifiche (tendiniti, crampi, contrazioni muscolari spasmodiche, affaticamento) e dei relativi correttivi (tecniche di respirazione, tecniche di rilassamento, ginnastica e antiginnastica), dell'acustica riguardante la corda percossa, della meccanica riguardante il sistema di leve che spinge il martelletto a colpire la corda, ecc., ecc.

Ultima osservazione. Nel mio discorso c'è indubbiamente, almeno in apparenza, un'aporia: per l'inizio, scuola media, ho ritenuto saggio tener conto della Legge Sbarbati, per la fine no, perché la durata del corso negli istituti superiori previsti dalla Legge Sbarbati è di quattro anni. In realtà io penso che quattro anni siano sufficienti per formare il didatta e il collaboratore, e che per il concertista e il ricercatore ci vogliano sei anni. Ma penso che sarebbe prova di megalomania e di irresponsabilità avere i corsi per concertisti e per ricercatori in venti istituti superiori, uno per ogni regione. Così come non tutte le università hanno tutti i corsi di laurea esistenti in Italia, secondo me non tutti gli ISDA dovranno avere tutti i corsi possibili.E per taluni corsi, là dove verranno istituiti, si potranno prevedere durate diverse, così come diversa è la durata del corso di farmacia e del corso di medicina, del corso di legge e del corso di ingegneria.

È ovvio, è persino troppo ovvio che la riforma degli studi musicali in Italia, e quindi anche dell'insegnamento del pianoforte in istituti pubblici, non potrà riguardare solo strutture e programmi, ma anche, e direi soprattutto, la mentalità dei docenti e dei discenti e delle loro famiglie. Pianoforte inteso dapprima come materia educativa e formativa della personalità, scelta dell'indirizzo professionale a diciannove anni, abbandono della cosiddetta doppia scolarità e della ricerca ad ogni costo del titolo di studio specifico; formazione nel giro d'un decennio di una classe docente preparata sui nuovi indirizzi, riqualificazione della classe docente esistente in relazione con una nuova realtà. Questi sono i cardini veri della riforma. E poi, da parte del Ministero, la capacità di dare all'insegnamento per professionisti dimensioni che tengano conto del mercato del lavoro più che delle ambizioni e delle spinte localistiche. è possibile tutto ciò? Possibile è, se si procede con giudizio e con criterio. Ma, come dice Bartolo nelle Nozze di Figaro, "il caso è serio".