Chopin pigliatutto
Amburgo, settembre 1889: il 55enne Johannes Brahms accetta
di suonare la Danza Ungherese
n. 1 in sol minore nella versione per pianoforte solo davanti alla
cornetta di un rudimentale registratore a cilindro nello stand di
una fiera campionaria settembrina. L'eccezionale seduta di registrazione
ha effettivamente luogo e noi, oggi, a distanza di 110 anni, possiamo
ancora ascoltare quella leggendaria incisione, una specie di fantasma
sonoro in cui si intuisce la presenza di uno strumento "pianoforte"
e a fatica si riconosce la musica eseguita. Questo documento, oggi
reperibile su un CD della Piano Library interamente dedicato a registrazioni
di musiche pianistiche di Brahms, è probabilmente il primo reperto
sonoro di un certo interesse musicale nella storia del disco. In fondo
è come ascoltare la "voce", il "suono" di Brahms. Questo lacerto di
un grande del passato, documento al tempo stesso sconvolgente e incompleto,
tanto commovente quanto suscitatore di sospetti sulla sua veridicità,
è pur tuttavia il primo fragilissimo tassello di una serie di registrazioni
che di lì a poco avrebbe preso rapidamente il volo verso un oceanico,
pantagruelico, infinito profluvio di incisioni pianistiche nelle più
varie forme, su rullo di autopiano, acustiche, elettriche, a 78 giri,
a 33, stereofoniche, quadrofoniche, olofoniche, digitali, etc. etc.,
in cui il pianoforte è protagonista assoluto. è e rimane il primo
documento "serio" di un pianoforte registrato. Rimane il "primo",
perché la registrazione del Valzer in un minuto eseguito da Chopin a Nohant nel 1848 e commercializzata
con una rivista inglese il 1º aprile 1991, la notizia del cui ritrovamento
rimbalzò improvvisamente sui giornali di tutto il mondo, altro non
era che un colossale e riuscito pesce d'aprile di un buontempone pianista
dilettante che aveva camuffato con l'ausilio del computer una propria
sgangherata esecuzione. La data di registrazione era esageratamente
inverosimile, visto che la prima registrazione di cui si ha contezza
è del 1877. Vale la pena però leggere integralmente l'articolo con
la notizia uscito alla pagina 30 del numero del 10 maggio 1991 del
quotidiano la Repubblica.
Titolo: COSì
CHOPIN "REGISTRò" UN VALZER: «Chopin era un pianista sublime. E questo
tutti, fino a questo momento, avremmo potuto supporlo. La certezza
viene nientedimeno che da una "registrazione" che il compositore polacco
fece nel 1848 su di un rudimentale apparecchio approntato da un estroso
inventore francese di nome Hippolyte Sot. La possibilità di ascoltare
Chopin suonare il suo Valzer in re maggiore n. 64 (sic) (detto "Valse
minute") è offerta dalla rivista inglese " classic CD" che ha pubblicato
la registrazione originale su un compact. Inutile dire che la notizia
ha avuto l'effetto di una bomba. Innanzitutto perché la prima registrazione
ufficiale è del 1877, poi perché ascoltare Chopin suonare un suo brano
è una emozione indescrivibile. Nell'estate del 1847 Chopin era con
George Sand a Nohant quando incontrò il signor Sot: costui aveva approntato
una macchina per la registrazione composta da un cilindro di vetro
ricoperto di nerofumo sul quale, grazie ai suoni amplificati da un
megafono rovesciato, una puntina tracciava una sinusoide la cui ampiezza
era proporzionale alla pressione acustica. Sot poi seppellì tutte
le registrazioni nel suo giardino e lì rimasero fino all'anno scorso,
quando lo storico Jean-Michel Baillat le scopri e le portò all'IRCAM
di Pierre Boulez».
Nientemeno. Il disco di Brahms è invece probabilmente
autentico e se ne sta per ora tranquillo nel suo assoluto primato.
Di primati il pianoforte ne ha conosciuti e ne sta conoscendo ancora
molti. Uno, in particolare, è quello del numero di presenze nei cataloghi
delle maggiori case discografiche. Primato intimamente legato all'enorme
superiorità e diffusione del repertorio pianistico rispetto a quello
di qualsiasi altro strumento o complesso strumentale. Ci è stato impossibile
in questi mesi avere accesso a tutti i cataloghi discografici del
mondo e, data l'eterogeneità e la varietà del prodotto registrato,
si è ancora certamente molto lontani dall'avere dati statistici probanti
sulla quantità delle registrazioni di pianoforte all'interno della
discografia generale: sigle ed emissioni diverse da paese a paese,
disomogeneità delle singole voci (il pianoforte solista, nella musica
da camera, solista con orchestra, concertante in orchestra, accompagnatore,
di sostegno negli arrangiamenti), un certo qual "malcostume" delle
case discografiche (piccole e grandi che siano) nel non voler fornire
schede tecniche o cataloghi completi di dati certi, insomma varie
e tante ragioni impediscono a tutt'oggi di avere una catalogazione
veramente esauriente del repertorio pianistico registrato dalla nascita
del fonografo ad oggi. Un problema che si pone molto meno, per esempio,
nel campo della musica operistica e sinfonica: è infatti quasi impossibile
non riuscire a catalogare "tutte" le incisioni integrali di un'opera
come Carmen o come Don
Giovanni. Gli imponenti costi di produzione di una registrazione
lirica rendono assai limitate le possibilità di errore all'interno
di una discografia "scientifica". Quasi impossibile invece l'esaustività
nel caso di un'opera pianistica poniamo il caso di Chopin o di Liszt,
proprio per la "facilità" e i costi relativamente contenuti di una
registrazione di pianoforte. Si pensi, ad esempio, ad un'opera assai
eseguita in passato e ancor oggi assai battuta dai giovani pianisti
come la Sonata in si minore
di Liszt: dopo la prima incisione effettuata da Alfred Cortot nel
lontano marzo 1929, quante ne saranno uscite sul mercato in più di
70 anni? Sicuramente un numero molto superiore a 70 (cioè la media
di un disco all'anno). C'è chi afferma esistano almeno 300 edizioni
diverse e tutte di un certo livello artistico. La rivista inglese
International Piano Quarterly
(Vol. 2 No. 6, Inverno 1999) ne elenca ben 246, la maggior parte delle
quali con pianisti noti. Del resto, per intuire la portata del fenomeno
discografico legato a questo lavoro, basta porsi qualche facile domanda
del tipo: esisteranno oggi al mondo 300 giovani pianisti con le dita
a posto che siano in grado di eseguire "correttamente" la Sonata
di Liszt? Certamente sì, e vale la pena ricordare che fu proprio
Busoni oltre 80 anni fa a scrivere che un pianista professionista
già a 18 anni dovrebbe essere in grado di eseguire "correttamente"
la Sonata di Liszt. Ed esisteranno in tutto il mondo almeno 300 pianisti
professionisti o aspiranti tali disposti ad autofinanziare la registrazione
della propria interpretazione di quella che è da considerarsi come
una delle opere più grandi e celebri del repertorio, anche per dimostrare
a se stessi e al mondo intero di avere le carte in regola per poter
affrontare la carriera? Certamente sì. Ecco spiegato, molto semplicemente,
l'enorme numero di registrazioni tuttora in commercio della Sonata
lisztiana, brano fra l'altro di durata complessiva di circa trenta
minuti: l'ideale quindi per la realizzazione di un lp, un po' corto
invece per quella di un compact. Ecco quindi sorgere il problema di
scegliere cosa aggiungere al minutaggio per completare la durata di
almeno un'ora di musica. Donde lo scatenarsi delle fantasie più impensate
per "accoppiare" la Sonata: da opere coeve, a piccoli pezzi
dell'ultimo periodo, a pezzi assolutamente distanti, ad autori diversi,
a varianti dei passi, a versioni alternative...
C'è da chiedersi, peraltro, se esista ancora un pubblico
disposto ad assorbire questo enorme numero di "Sonate" di Liszt. La
sola presenza nei cataloghi più noti lo farebbe supporre. Prendiamo
qualche esempio fra le etichette maggiori: la Deutsche Grammophon
possiede tuttora cinque versioni in catalogo (Argerich, Pollini, Zimerman,
Pogorelich, Pletnev), la Decca cinque (Cherkassky, Larrocha, Curzon,
Katchen, Bolet), la Bmg cinque (Horowitz, Rubinstein, Cliburn, Gilels,
Douglas), la Philips quattro (Arrau, Brendel, Orozco, Richter), la
Sony tre (Fleischer, Watts, Ax), la Emi addirittura dieci (Cortot,
Horowitz, Cziffra, Weissenberg, Mezzena, Anievas, Lucchesini, Malcuzynski,
Gelber, Collard). E solo con questa breve lista si arriva a 32 versioni
differenti. Si aggiungano tutte le versioni live, i "bootleg" non autorizzati dagli
interpreti e tutte le edizioni delle etichette minori in commercio
e fuori commercio: probabilmente il numero di 300 non è per niente
lontano dalla realtà. Senza contare che di molti interpreti esiste
più di una incisione: ne abbiamo rilevate quattro per Arrau, Richter
e Gilels, tre per Berman e Bolet, due per Horowitz, Cherkassky, Barenboim,
Magaloff, Brendel, Pletnev, Lucchesini, Orozco, Collard, Weissenberg,
solo per rimanere ai nomi più noti. Da questo primo assaggio verrebbe
da supporre che l'opera di Liszt sia la più gettonata della discografia
pianistica. Potrebbe non essere così. Da più di trentacinque anni
Claudio Pedrazzini, un collezionista di Brescia specializzato in registrazioni
di musica pianistica, raccoglie tutte le informazioni che a lui pervengono
sulle novità e le ristampe dal mondo del disco e da oltre una decina
d'anni le inserisce all'interno di un buon programma d'archivio di
computer. Da questo archivio privato che riflette radicali scelte
personali e che comprende tuttavia ben 17.562 reports,
cioè 17.562 registrazioni differenti di brani pianistici eseguiti
dagli interpreti più noti, emergono dati sicuramente insufficienti
all'esaurire le nostre domande, ma assai interessanti almeno per un
orientamento generale. E da una rapida scorsa emergono elementi piuttosto
sorprendenti: si va dalle 44 versioni della Sonata K. 331 di Mozart
(quella contenente il Rondo alla turca) alle 31 della K. 310 in la minore e alle 33 della
K. 330 in do maggiore. Dalle 28 versioni diverse di Per Elisa di Beethoven, alle 34 dell'op. 31 n. 2 (Tempesta), alle 47 della Waldstein, alle 57 dell'op. 111, alle 67
dell'op. 27 n. 2, alle 74 dell'opera 57 (Appassionata)
addirittura alle 98 dell'opera 14 (Patetica).
53 le versioni diverse segnalate dal Pedrazzini dei Quadri di un'esposizione di Mussorgsky, 68 della Berceuse di Chopin, 61 del
Notturno op. 9 n. 2, 68 della Sonata op. 35, 42 dell'opera 58, addirittura
97 del Notturno op. 15 n.
2, 15 quelle del Bolero. 30
le versioni differenti delle incisioni al pianoforte delle Variazioni Goldberg di Bach, 69 la serie completa degli improvvisi
di Schubert, 49 della Sonata
D. 960, "solo" 12 le versioni della Sonata
D. 845. Molto interessante l'elenco delle registrazioni dell'archivio
Pedrazzini dei concerti per pianoforte e orchestra: 74 le diverse
esecuzioni del Primo Concerto di Beethoven, 62 del Secondo,
72 del Terzo (con Max Hamburg la prima incisione "elettrica" del 1929),
78 del quarto, ben 94 versioni diverse del Quinto Concerto
"Imperatore"; 54 versioni per il Concerto
di Tchaikovsky, 59 per il Primo di Brahms, 62 per il Secondo,
77 per il Concerto in la minore di Schumann, 55 per
quello di Grieg, 45 esecuzioni fissate su disco del Secondo Concerto di Rachmaninov, 56 del Terzo,
solo 15 del Quarto. Qualche dato interessante si può trarre dall'esame
delle percentuali di "presenze" dei singoli autori: su 17.562 reports,
cioè su 17.562 brani diversi in esecuzioni diverse, 4.661, cioè più
del 26% sono di Chopin, 1.812, cioè più del 10% di Beethoven, 1.360,
cioè il 7,8% di Liszt, 1.203 cioè il 6% di Mozart, solo 664 cioè il
3% di Brahms. Con tutte le prudenze e le premesse del caso, risulterebbe
Chopin l'autore più presente in discografia. E non si fatica a crederlo.
Il 1999 coincide con il centocinquantenario della morte
di Chopin: c'è da attendersi un enorme lavoro da parte delle case
discografiche e dai pianisti di tutto il mondo. La Deutsche Grammophon
ha già annunciato che entro settembre sarà pronta la sua «Chopin Complete
Edition» in diciassette cd, comprendente tutte
le opere di attribuzione certa di Frédéric Chopin, nell'esecuzione
dei migliori pianisti dell'etichetta gialla. Franco Gagliano, responsabile
italiano del catalogo Deutsche, ci rivela che sono state effettuate
nei mesi scorsi nuove registrazioni ad
hoc di opere che non erano mai state registrate dalla casa tedesca,
ma dal cofanetto verranno volutamente lasciate fuori le opere di dubbia
attribuzione, come è nello stile dell'etichetta gialla. Qualche altra
etichetta, ne siamo certi, proporrà invece un'integrale che "più integrale
non si può", cioè comprendente anche le opere dubbie, come ad esempio
il Valzer in fa diesis maggiore
fatto conoscere e pubblicato solo nel 1982 da Gastone Belotti ed entrato
stabilmente nel repertorio di un pianista del calibro di Bruno Canino
che spesso lo propone come bis.
Sebbene a tutta prima sembrino operazioni quasi esclusivamente
commerciali, le cosiddette "edizioni" integrali dell'opera di un autore
sono in realtà particolarmente utili per lo sviluppo e la conoscenza
del repertorio e soprattutto per lo studio dell'evoluzione dell'interpretazione:
capita infatti che spesso siano gli eventi (anniversari, centenari,
commemorazioni) ad influenzare le scelte delle case discografiche
e di conseguenza degli interpreti, come regolarmente è accaduto per
i centenari o cinquantenari di Beethoven, Mozart, Brahms, Chopin,
Schubert, Bach, Händel, Scarlatti e, recentemente, Poulenc, autore
apparentemente poco "discografico", che invece nel corso del 1999
ha visto l'affiorare di ben tre nuove integrali dell'opera pianistica.
Ce lo conferma Mirko Gratton, responsabile del catalogo classico Universal
Music Italia che distribuisce le emissioni di Decca, Deutsche Grammophon
e Philips, tre etichette da alcuni anni impegnate a realizzare anche
grandiose collane discografiche "a tema" come la "Piano Collection"
che raccoglieva le registrazioni più significative dedicate al pianoforte
o come quella ancora in corso, "Great Pianists of the 20th Century",
e dedicata ai grandi pianisti attivi nel nostro secolo. Una meritoria
collana ideata e prodotta da Tom Deacon che nonostante alcune gravi
lacune (mancano, ad esempio, i nomi di Busoni, Neuhaus, Berman, Pogorelich)
ha senza dubbio il merito di presentare in 200 compact disc alcune
delle più belle e significative incisioni pianistiche della storia,
alcune delle quali autentiche rarità tratte dai cataloghi di scomparse
etichette per la prima volta rimasterizzate su supporto CD.
Se si vuole porre attenzione all'estensione del repertorio
nella storia della registrazione, si deve prima di tutto considerare
che è soprattutto l'evoluzione della tecnologia di registrazione ad
aver influenzato gli indirizzi artistici delle varie etichette. Si
sentiva veramente necessità di una seconda "integrale" beethoveniana
di Wilhelm Backhaus dopo quella esemplare monoaurale degli anni '50?
No, tuttavia la Decca negli anni '60 chiese ed ottenne una seconda
"quasi" integrale (la morte nel 1969 impedì al Maestro di reincidere
alcune sonate come ad esempio l'Hammerklavier) registrata stavolta con tecnica stereofonica. Questo
semplicemente perché era il mercato a richiederlo. Lo stesso avvenne
all'incirca nel medesimo periodo per Wilhelm Kempff in casa DGG (tre
integrali delle 32 Sonate)
e lo stesso è avvenuto per la maggior parte dei grandi cataloghi dopo
il 1983, anno della commercializzazione del supporto digitale. Quante
registrazioni di artisti di carriera internazionale sono state ripetute
negli ultimi dieci anni solo per ottemperare alle nuove esigenze di
suono "digitale" del pubblico? Per tutte citiamo il caso delle opere
schubertiane eseguite da Alfred Brendel per la Philips o quello della
gran parte di opere chopiniane eseguite da Vladimir Ashkenazy per
la Decca. L'evoluzione della tecnologia rimane dunque alla base dell'evoluzione
della storia discografica del pianoforte e non è difficile intuirne
il perché. Si è soliti infatti suddividere la storia del disco in
cinque epoche principali (escludendo, beninteso, il lungo e complesso
capitolo delle registrazioni pianistiche su rullo di autopiano, che
richiederebbe trattazione a parte): il primo periodo (1898-1925) vede
la nascita e lo sviluppo industriale del disco, registrato acusticamente,
direttamente dal microfono al bulino incisore. Poi si passa alla prima
vera rivoluzione, quella del periodo 1925-1950, segnato dall'apparizione
dell'amplificatore e dell'elettronica. Il disco rimane lo stesso ma
le sue prestazioni aumentano di colpo attraverso registrazioni "elettriche"
a 78 giri. Per molti discofili buona parte della "vera" discografia
si situa in quest'epoca dorata, che vede artisti come Furtwängler,
Toscanini, Cortot, Horowitz, Benedetti Michelangeli, Rubinstein, Fischer,
Backhaus, incidere a più non posso e con risultati eccellenti. Sono
gli anni d'oro delle registrazioni di Beethoven e Schubert da parte
di Arthur Schnabel per l'His Master's Voice, di quelle di Chopin per
la stessa etichetta di Alfred Cortot e Artur Rubinstein, delle registrazioni
di gran parte del suo repertorio di Sergei Rachmaninov per la Rca
Victor, delle registrazioni giovanili di Vladimnir Horowitz per l'HMV,
delle prime e stupefacenti prove del ventenne Michelangeli per Telefunken
e Voce del Padrone, delle contate ma splendide incisioni di Carlo
Zecchi per la Cetra e per etichette minori, delle prime incisioni
bachiane e beethoveniane di Kempff per la Polydor, delle miracolose
registrazioni di Dinu Lipatti.
Tutte queste registrazioni, che noi oggi ascoltiamo con
reverenza e ammirazione, furono tuttavia limitate da enormi problemi
di timing dei 78 giri, le cui due facciate come è noto non possono
sopportare più di 4/5 minuti di contenuto. Si immagini dunque quale
salto di qualità e di costume nella mentalità discografica sia avvenuto
quando nell'immediato dopoguerra scoppiò la seconda rivoluzione del
mondo discografico: la diffusione del nastro magnetico e l'invenzione
del "microsolco". Che significa poter registrare senza limitazione
di tempo qualsiasi opera, e poi riprodurla su un supporto maneggevole
e leggero ed enormemente meno fragile del vecchio 78 giri.
Terza rivoluzione: la nascita della "stereofonia", con
primi esperimenti nel 1955 e definitiva commercializzazione dal 1960.
Dunque 1960-1983: ventitré anni di milioni di registrazioni stereofoniche
e conseguente esaurimento del mercato mondiale. Quarta e finora ultima
rivoluzione: la nascita della registrazione digitale e del compact
disc (1983). Ad oggi sono solo sedici anni, e a parte le differenze
di supporto (CD, dat, minidisc, DVD) non si vedono all'orizzonte ulteriori
significative rivoluzioni tecnologiche apprezzabili dall'orecchio
umano nelle tecniche di registrazione: migliorano sicuramente i materiali
dei cavi e dei microfoni, migliorano le tecniche di riproduzione e
gli impianti d'ascolto, ma sostanzialmente rimangono invariate a pochi
schematici esempi fondamentali i sistemi di registrazione di un pianoforte
a coda.
È quindi lecito non aspettarsi imminenti "rivoluzioni"
interpretative o particolari cambiamenti nelle scelte del repertorio
per l'immediato futuro: i sedici anni di commercializzazione del compact
disc e l'ormai assodato esaurimento delle registrazioni del cosiddetto
"repertorio" pianistico (e si aggiunga anche l'attuale imperante "crisi"
del mercato discografico classico) farà sì che solo nelle pieghe rimaste
inesplorate del repertorio pianistico si potranno conoscere nuove
incisioni e diverse strade interpretative. E c'è da aspettarsi che
nelle pratiche di esecuzione su strumenti originali si concentreranno
gli sforzi interpretativi e di registrazione della maggior parte dei
pianisti del Duemila. Il che significa non solo Mozart, Beethoven
o Schubert sui fortepiani appropriati, ma anche Debussy, Ravel o Casella
su adeguati grancoda degli anni '20 o '30.
Sullo schermo da Chopin a Glenn Gould
Il pianoforte e il cinema: un connubio fra i più felici,
soprattutto se si pensa all'epoca del muto, in cui un bel pianoforte
verticale era d'obbligo sotto o dietro lo schermo del cinema a commentare
i fotogrammi in movimento. Fra i primi passi nel sonoro invece è d'obbligo
citare subito il mai abbastanza lodato cortometraggio Valse
Brillante de Chopin di Max Ophüls (1936), in cui un elegantissimo
e allampanato Alexander Brailowski con le sue lunghe e magre mani
interpreta un valzer di Chopin mentre viene "assediato" dalla telecamera
in tutte le possibili posizioni, dall'alto, dal basso, di lato, con
avveniristici giochi di improbabili dissolvenze su un ancor più improbabile
podio bianco sopraelevato. Ancora Chopin è il dominatore assoluto
delle biografie cinematografiche, da Valzer dell'addio di Chopin di Géza von
Volva del 1934 all'Eterna armonia
di Charles Widor del 1946, da Bohemian
Rapture (1948) di Vaclav Krska alla Giovinezza
di Chopin (1952) di Alexander Ford. Chopin è protagonista suo
malgrado della drammatica "lezione" pianistica da madre a figlia in
Sinfonia d'autunno (Host Sonaten) del 1978 di Ingmar Bergman, in cui
una nevrotica pianista in carriera (Ingrid Bergman) insegna a suonare
senza melensaggini alla figlia Eva (Liv Ulman) il quarto Preludio di Chopin. Il pianoforte la fa naturalmnente da padrone in
Competition di Joel Oliansky
(1980), film sentimentale ambientato dietro le quinte di un grande
concorso pianistico internazionale in cui a due concorrenti finalisti
(Richard Dreyfus e Amy Arving) succede la peggior cosa che può capitare
in un concorso: innamorarsi. E ancora da padrone il pianoforte lo
fa in Madame Sousatska (1988)
di John Schlesinger con Shirley McLaine nei panni di un'autoritaria
quanto geniale insegnante di pianoforte che si dedica esageratamente
alla carriera di un giovane allievo e alla fine ne rimane delusa (nel
film si ricorda oltre alla bravura della protagonista anche la fugace
apparizione di un giovane Barry Douglas, fresco vincitore del Concorso
Tchaikovsky di Mosca, mentre suona Beethoven). Il pianoforte come
attore "galeotto" era comparso nel 1955 in Quando
la moglie è in vacanza di Billy Wilder, in un'indimenticabile
(e comica) scenetta di seduzione fra Tom Ewell e Marilyn Monroe sulle
note del Secondo Concerto di Rachmaninov. Lo stesso
brano che dieci anni prima aveva fatto da colonna sonora al triste
amore fra Cleline Johnson e Trevor Howards in Breve
incontro di David Lean (e l'aneddotica vuole che fosse un Claudio
Arrau lievemente imbarazzato alla tastiera, nell'unica volta della
sua lunga vita in cui il cileno suonò Rachmaninov). Rachmaninov e
il suo Terzo Concerto ("Rach3" come da allora è stato ribattezzato) è ancora
al centro dell'enorme successo di Shine
(1996), bel film dell'australiano Scott Hicks dedicato alla sfortunata
storia di un pianista vero (David Helfgott) e il cui successo fece
improvvisamente svuotare gli scomparti di Rachmaninov nei negozi di
tutto il mondo. Un po' come avvenne nel 1967 al Concerto
in do maggiore KV 467 di Mozart sull'onda del successo immediato
ed effimero che arrise al film svedese Elvira
Madigan di Bo Widerberg, in cui un tenente dell'esercito svedese
si innamora perdutamente della danzatrice sulla corda Elvira. Da allora
il Concerto in do maggiore è l'"Elvira Madigan
Concerto" e il disco DGG con il celebre fotogramma di Elvira in copertina
e interpretato da Géza Anda è stato uno dei più grandi best seller
della musica classica e continua ad esserlo nonostante nessuno quasi
si ricordi più della pellicola.
Il pianoforte come status
symbol, come mezzo di seduzione, come strumento mito, come oggetto
d'arredamento del salotto borghese: il cinema è naturalmente pieno
di compositori, di pianisti prodigio, di signorine di buona famiglia
(L'Appassionata di Gianfranco Mingozzi,
1989, con Piera Degli Esposti), di lezioni di pianoforte (Lezioni di piano, 1993, di Jane Campion con Holley Hunter e Harvey
Keitel), di virtuosi solitari su una nave (La
leggenda del pianista sull'oceano di Giuseppe Tornatore, 1998),
di pianisti da locale (Casablanca,
1942, di Michael Curtiz con Humphrey Bogart e Ingrid Bergman), di
pianisti veri imprestati nei panni cinematografici (Ignacy Paderewski
in Moonlight Sonata del 1936, José Iturbi in A song of Remember e in tanti altri a venire,
Artur Rubinstein in Canto d'amore del 1947, Sviatoslav Richter
nei panni di Liszt in Glinka
del 1954, Barry Douglas nei panni di se stesso nel citato Madame Sousatska).
Ma a nostro avviso una sola volta un pianoforte
e il mito di un pianista hanno saputo toccare la soglia del sublime
cinematografico, cinquantasette anni dopo il piccolo capolavoro di
Ophüls: nel 1993, con il bellissimo Trentadue
piccoli film su Glenn Gould (Thirty Two Short Films about Glenn
Gould) del canadese François Girard, in cui il "caso" Gould è tratteggiato
con geniale efficacia di immagini poetiche, virtuosisticamente e intimamente
correlate all'interpretazione pianistica.