Come accade sempre nelle manifestazioni di successo e
ad alto indice di gradimento, siano esse sportive, di spettacolo,
di costume, di moda, le apparenze esteriori colpiscono di più di quanto
non avvenga con gli ideali spirituali ed estetici, con la conseguenza
che nell'analisi dei fenomeni prevalgano le statistiche dei dati obbiettivi
e le cronache degli avvenimenti in quanto tali. Se la manifestazione
ha successo, ogni considerazione di ordine filosofico, estetico, etiologico,
antropologico e via dicendo, è obsoleta: il successo si racconta e
si celebra con statistiche, soltanto la crisi ha al seguito analisi
estetiche e considerazioni sociologiche.
Se si volesse applicare ai concorsi pianistici lo stesso
metodo critico che ci siamo abituati a considerare basilare per la
musica del nostro tempo, vale a dire la convinzione negativa che la
crisi della musica classica nel nostro secolo è irreversibile, allora
si potrebbe sostenere anche per i concorsi pianistici la tesi che
essi, come ha scritto non senza ironia Karl Kraus a proposito della
filosofia di questo secolo, "sono in fin di vita, ma che non possono
morire, in quanto la loro missione non è ancora compiuta."
Affermazione paradossale, per la verità, e in netto contrasto
con lo sviluppo della specie concorso pianistico internazionale, che
non solo si è diffusa su tutto il pianeta, in un rapporto numerico
rispetto ai tre, quattro concorsi dell'inizio del secolo, dieci, cento
volte tanto, con una crescita geometrica rispetto alle prime edizioni,
ma anche per quanto riguarda l'affermazione di un'élite di concorrenti,
che oggi supera, numericamente, ogni raffronto con il passato.
I) La burocratizzazione
dei concorsi e la loro sottomissione al diritto civile
La regolamentazione dei concorsi pianistici, conseguente
alla diffusione e proliferazione a livello internazionale, la forte
normazione e canonizzazione attraverso la Federazione dei Concorsi,
incaricata da 50 anni a questa parte a sovrintendere all'osservanza
e all'affermazione della tipologia instauratasi con il successo dei
concorsi archetipici quali il Concorso Chopin di Varsavia per la specie
monografica e il Concorso di Bruxelles per la versione onnicomprensiva
dei repertori più disparati, ha portato nel corso degli anni ad una
sostanziale standardizzazione delle modalità organizzative, alla burocratizzazione
dei regolamenti competitivi e ad una ufficialità in termini di diritto
civile dei bandi, che rischiano di mettere all'ombra considerazioni
prettamente musicali ed estetiche. Se il primo concorso pianistico
dell'era moderna, a San Pietroburgo, nel 1890, era ancora appannaggio
esclusivo di Anton Rubinstein, alla cui discrezionalità era affidata
vita o morte dei concorrenti (tra i quali Ferruccio Busoni, risultato
soltanto secondo nella competizione pianistica), e se ancora qualche
decennio fa, al Concorso elitario Lewentritt di New York la palma
d'oro veniva conferita da Rudolf Serkin, con o senza il consenso degli
altri membri di giuria, oggigiorno il
giudizio estetico e musicale è amministrato secondo le direttive del
diritto civile internazionale, secondo parametri di uguaglianza, trasparenza,
pariteticità e democraticità, espressi attraverso le maggioranze
e le medie numeriche: i concorsi devono essere in primo luogo "politically
correct", le rispettive decisioni dettagliatamente documentate, le
riunioni verbalizzate e i risultati ufficializzati con il tramite
dei moderni mezzi di comunicazione. Ma se la progressiva estensione
del controllo della società, dettato dal principio di razionalizzazione
che governa il progresso economico, è, nell'interesse del benessere
e della prevenzione dell'imprevedibile, in qualche maniera tollerabile,
nel campo dell'arte questa canonizzazione del dato estetico attraverso
l'organizzazione dell'esercizio competitivo del bello musicale, l'eliminazione
dello straordinario, dell'imponderabile, dell'eccezionale porta ad una fatale banalizzazione dei giudizi artistici, nei quali
spesso la media finisce per essere l'equivalente di mediocrità. è
di Thomas Bernhard la cinica constatazione che l'uguaglianza della
società senza classi ha rovinato tutto. Il concetto di élite connaturato
alla nascita dell'opera musicale nella sua unicità ed esemplarità
mal si concilia con un'idea di società in cui è preminente il principio
del diritto di uguaglianza sulla necessità, estetica e spirituale,
dell'originalità e della differenza, dove conta di più la distribuzione
egalitaria dei beni di prima necessità che non l'incommensurabilità
e la disuguaglianza dei talenti eccezionali.
Ma il dominio instaurato dalla civiltà del diritto e
della norma sui concorsi musicali è contraddittorio e ambiguo. Mentre
da una parte essa, attraverso i notai dei bandi e delle delibere,
regola e indirizza razionalmente le proprie ufficialissime competizioni,
dall'altra li innalza ad altari rituali della più sfrenata competitività,
su cui celebrare e sublimare tutti quegli impulsi irrazionali e anarchici,
che sa di non poter eliminare dalla natura umana, e che nell'ambito
estetico trovano un angolo di sublime permissività. In questo senso
il ruolo simbolico e rappresentativo dei concorsi pianistici è sintomatico,
non dissimile da quell'alleanza strategica tra avanguardia rivoluzionaria
e industria elettronica, che negli anni Cinquanta e Sessanta tentò
di conciliare (e alla fine addomesticare) l'astratto potenziale anarchico
(e quindi creativo) con la razionalità economica dell'industria di
mercato. La contraddizione di fondo sta nell'aporia sociologica, che
i concorsi, sotto il vigile occhio della società controllata, sono
diventati, simbolicamente, un emblematico punto di riferimento per
il razionalissimo principio della prestazione da una parte e "casa
chiusa" per gli impulsi irrazionali dall'altra, di tutte quelle aspirazioni
prerazionali, come la predisposizione elitaria all'eccesso, l'istinto
di prevalere, la volontà di affermazione, la voglia di conquista,
che la civiltà democratica al suo interno ha fortemente tabuizzato.
II) Il ruolo simbolico
e rappresentativo dei concorsi nella società contemporanea
Nei paesi del vecchio continente questo ruolo simbolico
dei concorsi pianistici come campo di battaglia di sublimate strategie
di competività economica è meno appariscente, ma è facilmente individuabile
nei paesi pianistici emergenti come la Corea, la Cina e il Giappone,
dove per evidenti ragioni storiche la musica pianistica non ha tradizioni
estetiche autentiche.
In questo senso il
ruolo strumentale e mediatico del concorso pianistico appare in
maniera evidentissima in Giappone. La coincidenza tra società industriale
e tecnologicamente avanzata con la più alta densità non solo di pianoforti
(un pianoforte ogni sette famiglie), ma anche di pianisti partecipanti
ai concorsi è espressione di un comportamento collettivo, che scopre
le proprie radici culturali nella totale dedizione ad un ideale di
lotta fine a sè stessa, con tutte le implicazioni di pazienza, costanza,
perseveranza, strategia, e idealizzazione della competitività come
forma di vita. Per il Giappone il pianista in competizione rappresenta
una sorta di Samurai, un Prometeo in versione orientale, che trova
il senso della propria esistenza nell'enorme macigno di tecnica e
repertorio, che più lontano esso è dalla sensibilità delle proprie
origini, più gli dà il senso di forza, purezza e astrattezza. Nel
concorso pianistico il pianista giapponese può coltivare tutti quei
comportamenti e azioni che un'educazione basata essenzialmente su
virtù shintuiste, buddhiste e samurai gli aveva tramadato fin dalla
prima infanzia. Attraverso il concorso il pianista impara a non farsi
scoraggiare dal probabile insuccesso, a non ritirarsi dopo la sconfitta,
a tenere alta la testa e la fiducia nella vittoria finale, anche quando
la competizione appare persa. La filosofia del pianista giapponese
è di non darsi mai alla filosofia, né di cercarsi un alibi estetico,
ma di combattere a fondo perduto. In questo senso la sua pratica dell'assurdo,
nel senso esistenziale di Camus è genuina: puro esercizio di affermazione
e resistenza ad oltranza. La totale assenza di pensiero e la conseguente
mancanza di complessi di colpa rende ovviamente più vivibile questa
fiera convivenza con l'assurdo: il pianista giapponese sa di compiere
un atto esteticamente disinteressato, ma pieno di valore simbolico
nei rapporti con la società e la famiglia. è a loro che il pianista
in competizione risponde in prima istanza, giacchè egli compete su
commissione, con il tacito e ammirato consenso della collettività
che lo sostiene e appoggia. L'enorme consenso, anche in termini economici,
di cui godono i concorsi pianistici giapponesi e i loro protagonisti,
sone l'eloquente segno dell'identificazione collettiva con gli immensi
sacrifici e la purezza della posizione di chi dedica la propria esistenza
alla lotta ad oltranza e all'eroica resistenza su una posizione estetica
irragiungibile e astratta.
È chiaro che la trasposizione delle opere pianistiche
nell'agone dei concorsi conferisce un nuovo significato anche alla
letteratura dello strumento. Mentre nelle società occidentali esse
conservano una loro fondamentale espressione culturale, essendo ancora
percepibile l'ambientazione storica del repertorio, nei paesi asiatici
questa valenza risulta trasformata in un enigma di grandezza, avulsa
dalla storia, in un qualcosa di trascendentale che attraverso l'esercizio estremistico della
bravura fine a sè stessa purifica la vita quotidiana e ne sublima
l'esistenza.
III) Il predominio
dei Superego culturali delle Scuole e dei metodi didattici
In principio c'è ovviamente un
forte Superego culturale, in Giappone e altrove: l'archetipo paterno
(o materno), e in rappresentanza di loro il maestro, il metodo didattico, la scuola, instaurano un efficace potere di
controllo sull'arte attraverso principi e parametri che, promettendo
il successo, e quindi la soddisfazione di forti spinte narcisistiche,
creano le basi per un efficacissimo allenamento tecnico, come si vede
dai moderni campi di addestramento delle nuove leve pianistiche. è
un dato di fatto incontestabile che in quanto partecipazione vittoriosa
ai concorsi, le società autoritarie o con paternalistiche
strutture di governo, anche soltanto simboliche, hanno maggiore successo nelle competizioni musicali, che non quei
paesi in cui vige maggiore libertà degli individui e una maggiore
emancipazione dei figli rispetto alle loro famiglie in età precoce.
La ragione della superiorità della scuola pianistica ex-sovietica
su tutte le altre nel mondo è essenzialmente il frutto del predominio
della figura del padre in tutta la sua valenza simbolica e psicoanalitica
con le implicazioni di autorità e ortodossia sia sul piano tecnico
che su quello interpretativo ed estetico. L'autorità che ne regolava
lo sviluppo e l'affermazione ha antiche radici nell'influenza della
chiesa sulla vita civile, nell'autorità dei popi, nella monarchia
assoluta degli zar, nel paternalismo delle istituzioni religiose e
sociali. La scuola pianistica russa prima, sovietica poi, è stata
da sempre caratterizzata da una sorta di immobilismo ieratico, da
un primitivismo senza prospettiva, una gigantesca icona, intorno alla
quale il tempo storico è rappresentato come una fissità eterna, nella
quale il profano acquista la trascendenza del sacro. Il profondo senso
di stile e tradizione, la forte canonizzazione del bello pianistico
e la ferrea preparazione tecnica hanno avuto sempre il crisma del
dogma e della religiosità intesa come disciplina trascendentale al
riparo da ogni discussione critica o di riforma. Non è certamente
un caso che le due istituzioni paternalistiche per eccellenza, la
Scuola pianistica russa e il Concorso pianistico internazionale, due
istituzioni fortemente segnate da complessi edipici e paterni,
siano l'invenzione del maestro russo per eccellenza, di quell'Anton
Rubinstein, che viene considerato il vero patriarca ortodosso del
pianoforte, che canonizzò alla fine del secolo scorso sia la dottrina
del bagaglio tecnico e musicale, sia il comandamento per il pianista
eccezionale di competere in un concorso pianistico internazionale.
Che la musica pianistica russa dopo Anton Rubinstein privilegiasse
più di ogni altra l'aspetto tecnico e virtuosistico, a prescindere
dalla particolare tradizione lisztiana, ha certamente un fondamento
nell'indirizzo fortemente normato e autoritario dato alle scuole pianistiche
russe dal suo antenato. La discendenza stessa dal patriarca ha nelle
diverse scuole di pensiero pianistico russo il crisma di una genealogia
biblica: al principio, per così dire nel Vecchio Testamento pianistico
russo, fu Anton Rubinstein, che ebbe tra i suoi allievi Sergei Taneyev,
che a sua volta generò pianisticamente Nicolaj K. Medtner, Y. Beckmann,
la Scherbina Y. Gnessina, Alexander F. Goedicke e Alexander Goldenweiser,
il maestro di Samuel Y. Feinberg, G.R. Ginzburg, Viktor Merzhanov,
Tatjana Nikolajewa e Lazar Berman. Contemporanei di Goldenweiser erano
Nikolajewitsch Ygumnov e Heinrich Neuhaus, i Messia del Nuovo Testamento
pianistico russo, che generarono Alexander Yocheles e Lev Oborin,
il primo vincitore del Concorso Chopin di Varsavia. Lev Oborin era
il maestro di Vladimir Aszhkenazy. Anche Isaac Milstejn e Jakov Flijer,
quest'ultimo maestro di Lev Vlasenko e Bella Davidovich, sono discendenti
pianistici della scuola di Ygumnov. Heinrich Neuhaus invece, allievo
di Leopold Godowski e Feliks Michailowitch Blumenfeld, che a sua volta
istruì Vladimir Horowitz, tramandò il Vangelo pianistico ai più giovani
apostoli Emil Gilels e Sviatoslav Richter. Nella ormai storica scuola
russa i giovani pianisti, una volta individuati e selezionati per
doti tecniche e talento musicale, venivano trattati come i seminaristi
di un ipotetico collegio pianistico. Il caso di Rachmaninov è in questo
senso esemplare. Adottato pianisticamente in età precoce dal Maestro
Ilja Zwerew fu rinchiuso in una specie di collegio pianistico privato
e addestrato virtuosisticamente in un orario quotidiano sorvegliato,
senza nemmeno l'interruzione del fine settimana o delle festività.
Fu questa pianificata disciplina tecnica che in seguito confluì naturalmente
nella famosa Scuola Centrale di Mosca, in cui gli allievi più dotati,
in età prepubertaria, venivano trattati come precoci sportivi, al
di là di ogni considerazione dei bisogni affettivi o sociali dell'infanzia
o della gioventù. Per questo l'interpretazione pianistica russa, che
fino a pochi anni fa dominava egemone i concorsi pianistici internazionali,
conteneva sempre un qualcosa di nevrotico, di frustrato e quindi di
eccessivo, con una forte fissazione emotiva verso l'espressività romantica
dell'opera pianistica interpretata, da una parte, e una esasperata
aggressività sonora dall'altra. Al di là del temperamento russo, caratterizzato
da forti pulsioni ed espressioni emotive in profondità, questi atteggiamenti
sono certamente il frutto di una didattica essenzialmente autoritaria,
nella quale l'eros individuale è costantemente represso dai comandamenti
estetici e dalla disciplina tecnica della scuola, dove l'allievo sensibile,
fortemente attratto dalle parti affettive della musica, è costantemente
educato a sottomettersi alla ferrea disciplina tecnica, al controllo
delle dita e delle pulsioni individuali irrazionali. In tempi, in
cui la scuola, soprattutto quella delle democrazie occidentali, s'ispirava
fondamentalmente all'emancipazione delle inclinazioni individuali
e creative del singolo individuo, considerato persona indipendente
e autonoma fin dalla prima classe, un'educazione autoritaria come
quella russa, poteva apparire fuori tempo, ma era certamente l'unica
che allo scopo della competizione in concorso era in grado di determinare
un risultato concreto.
Dopo la caduta del Muro di Berlino anche questa scuola,
che nella seconda metà della sua preminenza nel mondo era sostenuta
dall'apparente atemporalità del sistema sovietico, è entrata in crisi
e con essa il sistema dei concorsi pianistici frequentati da pianisti
dell'ex Unione Sovietica.
IV) Il concorso
come laurea accademica finale. Il controllo delle accademie e della
società del diritto sui concorsi
È evidente che con l'ufficializzazione del sistema concorsi
e con il loro radicamento nella vita pubblica e nel diritto civile
(dopo la fondazione della Federazione dei Concorsi di Ginevra) l'originario
scopo dell'individuazione di alcuni fra i più originali virtuosi del
pianoforte, che ancora all'inizio del secolo avevano la scelta di
farsi ascoltare da un influente direttore d'orchestra o da un prestigioso
interprete in un concorso pianistico locale, nazionale o internazionale,
così come avveniva nel Concorso Anton Rubinstein, al quale, nelle
ultime edizioni del 1905 e 1910, parteciparono come concorrenti Edwin
Fischer, Artur Rubinstein e Wilhelm Backhaus, quest'ultimo vincitore
della penultima edizione del concorso nel 1905, ha ceduto il passo
ad una più generica verifica
degli standards tecnici ed interpretativi di tutte le potenzialità
pianistiche esistenti nel mondo. Con il perfezionamento organizzativo
del concorso internazionale, con la sua crescente serietà democratica
attraverso giurie affidabili il sistema concorso, nella seconda metà
del secolo, ha sostituito quasi
del tutto l'audizione privata. La vita musicale ufficiale, il
sistema dell'impresariato artistico, le società di concerto hanno
dato più credito ai verdetti delle giurie dei concorsi che non alla
scelta individuale di un'eminente personalità del settore. Con ciò
il concorso pianistico È diventato per ogni concertista che si rispetti
un passo obbligato e quindi una sorta di Gradus ad Parnassum necessario al finale grado accademico, una specie
di laurea honoris causa, conseguibile appunto attraverso la comparazione
competitiva. Le credenziali di serietà e razionalità, che nelle
giurie di tutto il mondo hanno contribuito a privilegiare i professori
e gli emeriti accademici di istituzioni riconosciute dallo stato rispetto
agli artisti concertisti, spesso individui estrosi e imprevedibili,
proprio perché creativi. Si può anzi dire che in presenza dei professori
di accademia nelle giurie internazionali in compagnia e in combinazione
con lo stesso repertorio dei curricula accademici del pianista concertista
i concorsi sono diventati un'ulteriore istanza di verifica accademica
delle fasce superiori degli studi pianistici privati o pubblici. Da
un'inchiesta della Federazione dei Concorsi di qualche anno fa emerge
che la motivazione predominante che spinge i giovani pianisti a competere,
non è in primo luogo la voglia di vincere, ma quello dell'evaluazione
comparata, della verifica, sul terreno neutro, per così dire "estero",
di un concorso internazionale, del proprio livello tecnico e musicale.
E ciò spiegherebbe il vorticoso aumento del numero
dei partecipanti (dei quali la maggior parte è ben cosciente di
non possedere i mezzi per vincere un primo premio).
Ma con la sottrazione del concorso dalla sfera discrezionale
di qualche famoso maestro – (condizionamento reso possibile non soltanto
dal carisma di forti personalità e dalla carica innovativa delle loro
interpretazioni) la competizione pianistica moderna si è avvicinata
decisamente alla sfera della
responsabilità civile e al diritto pubblico. La crescente ufficialità
dei bandi da una parte e la trasformazione dei premi e diplomi di
finalisti in strumenti di carriera all'interno dell'impiego pubblico
dall'altra hanno portato il concorso nell'ambito delle leggi dello
stato di diritto. Il Parlamento italiano, che per esempio ha emanato
specifiche leggi sul gioco al Lotto, non ha ancora regolamentato la
materia dei concorsi musicali, ma è chiaro che, almeno per quanta
riguarda i criteri di responsabilità,
democraticità, ufficialità, equità e trasparenza, i concorsi devono
essere svolti già oggi secondo i principi giuridici che regolano la
vita civile nel suo insieme. In Italia ci si potrebbe rifare, almeno
nei punti cardinali, a quel DPR 9 maggio 1994, n. 487, che reca norme,
tra l'altro, per le modalità di svolgimento dei concorsi nell'impiego
pubblico, regole per l'obbligo dell'organizzatore del concorso alla
determinazione chiara dei termini temporali delle prove, alla formulazione
dei criteri di valutazione, alla fissazione della votazione minima
consentita, all'individuazione dei titoli di preferenza, alla garanzia
delle pari opportunità tra uomini e donne (Art. 3), che prescrive
l'obbligo della sommazione dei voti nella valutazione complessiva,
impone una commissione di "tecnici esperti" (Art. 9) e la nomina,
fin dall'inizio, di membri supplenti di commissari, che in caso di
forza maggiore "intervengono alle sedute della commissione nelle ipotesi
di impedimento grave e documentato degli effettivi" (Art. 9, comma
5), ma soprattutto la "Trasparenza
amministrativa nei procedimenti concorsuali" (Art. 12), che consiste
nella predeterminazione, "immediatamente prima dell'inizio di ciascuna
prova", nella formalizzazione in appositi atti e la comunicazione
ai candidati dei risultati ottenuti.
Di questo passo, nella vecchia e romantica repubblica
platonica Concorso pianistico, che sotto la pressione di una sensibilissima
opinione pubblica si vedrà costretta a rifarsi ai principi del diritto
civile, il giorno non è più lontano, in cui cadrà anche l'ultimo dei
tabù concorsuali, cioè la discrezionalità e l'inappellabilità dei
giudizio. Ciò avverrà probabilmente nel giorno in cui il primo candidato,
escluso e deluso, presenterà ricorso per via amministrativa.
Vincolandosi ad un regime
di verifica e di evaluazione dei curricula accademici (finalità
facilmente intuibile già nell'impresa concorsuale di Anton Rubinstein,
che si è probabilmente servito di un concorso fortemente personalizzato
per legittimare la supremazia della scuola pianistica russa da lui
fondata) i concorsi pianistici si sono messi sulla stessa strada della
conservazione delle scuole musicali pubbliche, accademie e conservatori,
dove attraverso lo studio esemplare e con l'ossequio ai valori universali
dell'arte si consolidano le tradizioni, si canonizzano le convenzioni interpretative.
Questa è la vera problematica dei concorsi: che essi, istanza potenziale
per il progresso estetico e per l'innovazione degli schemi interpretativi,
scendono continuamente a compromessi con quell'ambito, dal quale,
attraverso i concorrenti, essi si nutrono. L'Accademia, inviando i propri più autorevoli e dotati rappresentanti,
che siano essi concorrenti o professori, membri di giuria, estende il proprio controllo sull'istituzione
stessa. Qualche avvisaglia di questo conflitto tra progressivo
e reazionario, tra innovazione e restaurazione, si è avuta con il
caso Pogorelich a Varsavia, dove il fronte dell'opposizione al giovane
e originalissimo scapigliato era formato proprio da quei professori
di accademia, che inconsciamente rappresentavano gli interessi dei
rispettivi Ministri della Cultura che li avevano investiti, attraverso
l'incarico didattico, alla conservazione di una sorta di estetica
"Ragion di Stato". Identica e assai violenta anche la reazione delle
giurie del Concorso "Busoni" nei confronti di Igor Kamenz, reazione
che si ripeteva come un copione archetipico a Mosca, a Bruxelles,
a Budapest con la provocazione di un'autentica querelle estetica tra
pianistici "Piccinnisti e Antipiccinnisti".
V) I condizionamenti
da parte delle "public relations"
Ma, collocandosi al di fuori della romantica ricerca
delle scomode genialità musicali, il concorso
pianistico internazionale è esposto ad altre reificazioni e strumentalizzazioni
che con il bello musicale hanno poco o niente a che fare. Nel bando
di concorso di un'importante competizione pianistica giovanile americana
si legge la seguente finalità: "The most satisfying, most fullfilling,
most significant musical experience as performers... is learning to
overcome stage fright, which promotes selfconfidence, positive thinking....
learning how to handle success or failure..." Ma vi è di più: per
l'inconscio collettivo della raffinata e pluralistica società del
consumo il concorso pianistico è anche sinonimo di Lunapark del brivido
o museo antropologico per esseri musicali extraterrestri. La moderna
società che spesso e volentieri documenta le anomalie, le deformità
e le deroghe alla quotidiana normalità, è particolarmente attenta
ad ogni manifestazione straordinaria della specie umana, misurandone
lo spessore con la mentalità da "Guiness dei primati". I "public
relations", soprattutto quelli americani, sono
votati in maniera estroversa alla spettacolarizzazione della bravura
con il malcelato proposito di mettere in mostra non solo le meraviglie,
ma anche le mostruosità degli esemplari dotati di un qualche talento,
soprattutto se precoce. Attraverso i numerosi concorsi giovanili il
concetto di "enfant prodige" diventa luogo comune per proiezioni collettive
tra il delirio di onnipotenza e sfrenata rivalità tra soggetti perennemente
in concorrenza. In questi concorsi pianistici giovanili i piccoli
eroi agiscono in un'ipotetica era mitologica e compiono guerre stellari
nell'immaginario amorale e regressivo dell'infanzia, ciò che li dispone
meglio per le battaglie che li attendono fino al 32.mo anno nei grandi
concorsi internazionali. L'idolatria della precocità, che sottintende l'eliminazione degli esemplari
pianisticamente più deboli, è quindi uno strumento di controllo delle
nascite della specie pianistica competitiva.
VI) Il raffreddamento
e la reificazione delle opere interpretate
In quanto arte, nei
concorsi dell'infanzia, si assiste ad uno svuotamento delle idealità
della musica che eseguono: le opere pianistiche predisposte alla
corsa veloce sulla tastiera diventano copioni di avventure infantili
alla Walt Disney o dei Fast Food per talenti affamati di letteratura
pianistica da assaggiare in superficie. Si assiste in questi concorsi
all'involuzione delle sonate a sonatine e in generale all'anestesia
dei contenuti romantici del più impegnativo repertorio pianistico.
Per naturale disposizione delle piccole mani e dell'apparato emotivo
non pienamente sviluppato vige, in questi concorsi "juniores", il diminutivo come principio: "Micky
Mouse jamps with joy!". Musica pianistica leggera, senza peso, pezzi
virtuosistici addomesticati, "fairy tales", o, come si legge nei programmi
per adolescenti, "music to be a counterpoint of grace and charm",
oppure sul versante negativo, arti tirati come gomma, proprio come
succede a Micky e Groofy nei films di Walt Disney, un mondo infantile
crudele, popolato, come nei film, da mostricciattoli che non possono
diventare adulti perché troppo originali e diversi dagli esseri normali.
Esteticamente questi concorsi prepubertari instaurano nell'arte pianistica
un paradiso artificiale in cui i genii perpetuano vichianamente il
regno degli dei e degli eroi, un regno musicale completamente assessuato
e frigido, un pianismo da eunuchi, senza ossa né carattere, una sorta
di digitalismo a velocità supersonica, in cui la fondamentale castità
emotiva impedisce ogni approccio espressivo all'opera pianistica.
Nella subdola idolatria della prestazione fisica e degli artifizi
muscolari, come se si trattasse di un Wrestling pianistico, gli antibiotici
accademici fanno il resto: gli attacchi di autentica febbre romantica
vengono ridotti al minimo, la frigidità
della perfetta macchina pianistica è assicurata. Spesso la noia
derivante dalla tecnica senza desideri espressivi è il risvolto del
mutismo che regna nella società del benessere. "Bravura" ha detto
un sociologo americano, "è il virtuosismo della solitudine nel welfare".
Il clown sviluppa il proprio virtuosismo nello stato di isolamento.
Ma la solitudine non genera soltanto prestigiatori, può creare anche
i mostri. Genialità infantile è una cristallizzazione archetipica
dell'assoluto isolamento, una speciale forma di comunicazione in un
mondo in cui nessuno parla più. Per questo sono ambivalenti: mentre
cioè da una parte dimostrano alla parte normale dell'umanità ciò che
l'essere umano fuori dalla norma riesce a fare prima della pubertà,
dall'altra condizionano in modo fatale la creatività e l'evoluzione
stilistica delle opere, nelle quali in età adulta riuscirà a dare
un'impronta esclusivamente virtuosistica.
VII) La spettacolarizzazione
delle opere nell'agone mondano concorsuale
La massificazione
e la globalizzazione trasformano non solo i concorsi, ma anche i concorrenti.
La posta in gioco, in termini di premi e concerti, è oggi così alta
che la pressione competitiva contagia non solo i concorrenti, ma anche
il pubblico: il voyeurismo che vi si instaura e che nei concorsi più
frequentati e applauditi viene scambiato per passione pianistica,
raggiunge qualche volta il parossismo delle corse automobilistiche,
delle corride o delle lotte romane tra gladiatori. Nei grandi concorsi
il popolo musicale reclama "panem et circenses" e le scommesse che
vengono avanzate, possono contare, nelle grandi competizioni, su 50-60-70-100
concerti in giro per il mondo, pianoforti, dischi e premi d'oro, ma
soprattutto su una rappresentanza da parte di un'agenzia potenzialmente
vita natural durante. La trasformazione dei concorsi in gigantesche
borse per investimenti in premi e denaro, in case di gioco d'azzardo
non deriva dal tramonto dei valori occidentali e dei suoi valori culturali
ed estetici, ma dal potere che i mezzi di comunicazione, mentre proiettano
l'avvenimento concorso sul grande schermo dell'immaginario collettivo,
esercitano sulla coscienza dei protagonisti, attivi o passivi. Con
il loro tramite il concorso abbandona progressivamente la rifinitura
dei nuovi progetti interpretativi ed estetici, diventa
platea per i più comuni miti e riti agonistici e accende le manie
competitive della società spettacolarizzata. Dietro alle masse
che in alcuni grandi concorsi entrano nel circo massimo del concorso
pianistico internazionale c'è meno interesse per l'interpretazione
in sè quanto la partecipazione, morbosa e sportiva, ad un gigantesco
gioco d'azzardo o di corsa agli ostacoli: Casinò o Corrida, questa
in apparenza è l'alternativa. La deformazione etica ed estetica dei
concorsi non parte ovviamente dai protagonisti, pianisti e membri
di giuria, ma dalla società civile che li sponsorizza e che ne cura
le pubbliche relazioni. Ma questa società sprigiona proprio nell'ambito
del suo tempo libero dei concorsi, che in grande prevalenza si svolgono
nei mesi caldi dell'anno, quasi a sottolinearne lo sfogo sportivo
e avventuriero, una sfrenata idolatria del rischio e della scommessa.
Ecco perché i concorsi, sempre più status symbol dell'era industrializzata
ed esaltazione del successo individuale, diventano, per un pubblico
passivo e avventuriero, una gigantesca arena per simboliche corride,
con al centro il pianoforte, metafora in bianco e nero della macabra
alternativa vincere-perdere, affermarsi o perire, laddove i giurati
si muovono come i croupiers al tavolo del gioco d'azzardo, guardando
eccitatamente sulle dita, applicando regolamenti e verdetti, e dove
i concorrenti, rivali fino al sangue, mettono in campo doti e pazienza,
trucchi e strategie, allungando virtuosisticamente dita e mani per
afferrare la grande fortuna. A questo tipo di pubblico, in parte del
tutto sprovveduto sul piano musicale, il rituale appare perfettamente
in stile con gli ideali della società dei colletti bianchi: Camicia
bianca, smoking con farfalla, duri e puri nella tonalità bianconera
della tastiera e del pianoforte: così l'inconscio collettivo celebra
nel concorso pianistico i propri atavistici riti: esecutore materiale
di questa Fiesta della grande Corrida concertistica il giovane "matadore"
concertista, che affronta il grande toro nero con la muleta del virtuosismo
manuale, con le accelerazioni e i crescendi delle opere, soprattutto
di quelle (Mephisto-Walzer, Mazeppa, Sonata in si minore di Liszt,
gli Scherzi e la Ballate di Chopin, Scarbo di Ravel, Petrouschka di
Stravinsky, Islamey di Balakirev) che corrispondono sinesteticamente
al respiro formale dell'eccitazione di massa, matadores magri e ben
allenati, spavaldi nel rischio e senza scrupoli nei confronti del
pianoforte da aggredire, ottave e arpeggi, come fuochi d'artificio,
ma più ancora come le "Suertes"che affaticano la grande bestia e che
la costringono alla resa finale, quando il pianista sull'apice del
suo crescendo trionfa sulla gravitazione della materia. In queste
corride pianistiche si discute delle scuole interpretative all'incirca
come si fa nella Plaza dos Toros, dove "Clasicismo Y rebeldia", "Ortodoxia
y heterodoxia" sono i termini della discussione estetica intorno all'arte
di finire un toro da combattimento. I concorsi, come le corride in
odore di grandi fortune, sono così diventati una piazza per avventurieri
di ogni genere, per investitori e speculatori, per insegnanti e discepoli,
una sorta di fiera delle vanità tecniche e musicali. I veri talenti
agonistici, quelli che posseggono sia la dote dell'eccitazione delle
platee che il controllo dei mezzi di comunicazione nello stato di
eccitazione, sanno che nell'ambiente ostile dei concorsi si suona
meglio. Virtuosismo e roulette, calcolo e aleatorietà, gioco d'azzardo
ed esibizione competitiva, gli ambiti si assomigliano alla stessa
maniera come le 37 sfere colorate e le saltellanti palle bianche mettono
in moto il carosello dei numeri come le combinazioni digitali del
virtuosismo pianistico in concorso. La dea Fortuna è comune ad ambedue,
al Casinò e al Concorso: da una parte i gettoni di madreperla e le
palle bianche nella conca della roulette e dall'altra i tasti bianchi
e neri sotto le dita del pianista virtuoso. Passione di gioco da una
parte e dall'altra. "Il giocatore", dice Dostojevski nell'omonimo
romanzo, "non pensa ad altro che all'azzardo e lo fa fino alla fine
della sua carriera".
VIII) Il ruolo
anonimo delle giurie nel regime del voto segreto plurimo. La relatività
e provvisorietà dei verdetti
In nessun ambito
della vita umana arte e fortuna hanno una così profonda connessione,
e mai come oggi, nelle centinaia di opportunità che i concorsi offrono
nel mondo e con gl'innumerevoli premi in palio, il numero dei giocatori
era così alto e così eterogeneo. Le mani sul tavolo del gioco non
le mettono soltanto i pianisti virtuosi, ma anche le giurie sempre
più numerose e quindi sempre più anonime, giurie guidate da una parte
da numeri irrazionali e da una media di voti segreti e dall'altra
dall'aspirazione di portare al successo scuole e tradizioni pianistiche
affini ai propri interessi e convincimenti. Dal momento che ogni concorso,
anche il più affermato e internazionale, non rappresenta più l'ultima
parola sulla via dell'affermazione concertistica di un concorrente
× o Y, in quanto si sa che i migliori al giorno d'oggi sono tentati,
nella molteplicità dell'offerta concorsuale, a competere in più concorsi,
o addirittura nello stesso concorso a più riprese, la
tentazione per il singolo membro di giuria, di esprimere un giudizio
interlocutorio e non definitivo è grande e contribuisce a relativizzare
il giudizio estetico nei verdetti finali. Anche se nei principali
concorsi, se gestiti con serietà e onestà, le graduatorie si equivalgono
più o meno nelle posizioni più in vista, si assiste ad una crescente
tendenza delle giurie di non conferire un primo premio, non solo
per una obbiettiva incertezza del giudizio nei confronti di talenti
troppo precocemente spinti alla competizione, ma soprattutto per questa
relativizzazione del giudizio
derivante da un'inflazionata offerta di concorsi che deprezza
proprio il valore più prezioso e più immateriale del concorso internazionale:
la sua autorevolezza attraverso un verdetto assoluto che decreti senza
ombra di dubbio ed ex cattedra chi tra i giovani pianisti è il vincitore
in assoluto.
IX) Il deprezzamento
e la frantumazione della vittoria e la spinta verso la non assegnazione
del primo premio
Ma vincitori assoluti se ne trovano sempre meno, non
perché il livello dei concorrenti fosse scaduto, ma perché l'infinita serie
dei concorsi ne relativizza l'importanza. Succede un
po' come nel campo dell'arte: paradossalmente la disponibilità a livello
planetario delle informazioni progettuali ed estetiche ha frantumato
la potenziale mondialità di ogni singola proposta in mille particolarismi
e regionalismi, con il prezzo della perdita del concetto di universalità
e obbiettività. Così come dopo la morte di Stravinsky nessun compositore
vivente può vantare più una notorietà veramente mondiale, così nessun pianista vincitore di un concorso è più in grado di raggiungere
di colpo quell'autorità e notorietà che conquistarono, dopo la vittoria
nei pochi concorsi di allora, i vari Gilels, Michelangeli, Gulda,
Pollini, Argerich, Van Cliburn. Non solo era più forte l'effetto
Primo Premio, ma era anche più autorevole il verdetto delle giurie,
per il semplice fatto che la moneta "concorso" non era ancora deprezzata
nell'inflazione dei concorsi di seconda e terza generazione.
Ma il totolotto
come il totopremi dei concorsi è un'invenzione della moderna società
di massa. Con la crescente probabilità per il concorrente di fallire
nel tentativo di celebrare con una vittoria un avvenimento secolare
al pari di Gilels, Michelangeli e Van Cliburn, il concorso diventa,
simbolicamente, un luogo comune per Sisifo, di quell'eroe che ritrova
il senso della propria esistenza nello studio esasperato ed esemplare
di due-tre studi, di quattro-cinque sonate, di sei-sette concerti,
appagato nell'isolamento soltanto dalla fierezza e testardità dell'uomo
assurdo. Quando la probabilità di entrare, attraverso un concorso,
nell'Olimpo dei grandi pianisti equivale all'incirca alla probabilità
di essere eletto Presidente degli Stati Uniti, il peso della responsabilità sulle spalle del giovane pianista concorrente
e l'eccitazione dei pubblici nel cospetto di siffatto coraggio
sono tali da rendere incandescente ogni finale di concorso pianistico.
Il concorrente e il pubblico percepiscono le scintille di questa lotta
tra titani, sentono simbolicamente l'odore del sudore e del sangue
che scorre nelle finali quasi mai a lieto fine. Di ciò il pubblico
è profondamente attratto. Per questo tifa
per la severità delle giurie, per l'impassibilità dei numeri e delle
medie, per il pollice verso della non assegnazione del primo premio,
tutti strumenti più adatti all'esclusione che non alla promozione.
Il pubblico con le sue complesse aspirazioni e le sue
rappresentanze nell'opinione pubblica, non la giuria, sono quindi
diventati il vero arbitro delle competizioni pianistiche. Ma cosa
sarebbe degli dei e degli eroi, se non avessero come spettatori gli
uomini, avidi divoratori di spettacoli cruenti, tifosi delle disfatte
e compiacenti istigatori alla condanna con il pollice verso in tutti
i circhi massimi del mondo? Senza un pubblico sadico e intrigante
probabilmente non avremmo né i santi né gli eretici, nemmeno i rivoluzionari
e gli avventurieri, non si racconterebbero le disavventure di Ulisse
né le grazie delle Muse, e non si celebrerebbe nemmeno Dioniso e Apollo.
Il concorso pianistico, nell'era
della moderna comunicazione di massa, è l'ennesima versione della
creazione degli dei, la più recente epopea degli eroi in veste musicale
e sportiva. La società contemporanea, adulta dal punto di vista
razionale, attraverso i concorsi reclama per sè un ambito ludico mitologico
e primordiale, uno spazio ieratico e cerimonioso, dove rivitalizzare
antichi riti e manie, far rivivere il divino sognando nelle vesti
di un pianista giovane e prodigioso, il bel Adonis, l'intelligente
e furbo Ulisse, il testardo e determinato Prometeo, il pazzo ed estroso
Sisifo, l'incosciente e avventuroso Icaro.
Ma queste implicazioni metaforiche nell'agone competitivo
dei centauri pianisti interessano e influenzano anche la percezione
estetica del repertorio che vi si interpreta. L'opera
musicale, attraverso il confronto comparativo e competitivo del
moderno concorso pianistico, non appare più come una rivitalizzazione
del testo originale, ma come un
tramite manierato e raffinato delle potenzialità virtuosistiche dell'interprete.
I mezzi che nell'epoca romantica dei pianisti giustificavano il fine,
cioè la rilettura originale della prima esecuzione assoluta dell'opera
musicale, oggi si sono emancipati dalla matrice storica originale
e sono diventati opere universali, esemplari e paradigmatiche, punti
d'arrivo per una standardizzazione che ai più pessimisti appare definitiva.
X) La fine dell'originalità
e l'ipersensibilità per le oscillazioni interpretative
Alla fine del secolo scorso Anton Rubinstein e Hans von
Bülow affrontarono a Vienna, uno indipendentemente dall'altro, a distanza
di qualche mese, l'interpretazione di alcune opere pianistiche di
Beethoven. Da testimoni dell'epoca, tra cui Anton Bruckner e i suoi
discepoli, che discutevano per mesi i disparati approcci della gigante
impresa, possiamo dedurre che le concezioni interpretative devono
essere state assai controverse e diametralmente opposte, non meno
violente ed ostili che le polemiche e le contrapposizioni tra Wagneriani
e Brahmsiani, allora veramente endemiche nella Vienna dell'epoca.
Oggigiorno queste divergenze non esistono piu, proprio a causa e con
l'intervento dei concorsi pianistici, che hanno elaborato, levigato,
spianato e neutralizzato ogni elemento creativo o estemporaneo nell'interpretazione
dei testi classici, tutto in nome di un buonissimo senso comune e
della convenzione interpretativa risultante dalla media dei disparati
punti di vista. Le ripetizioni delle opere e le emulazioni
dei vincitori di altri concorsi (che sempre insegnano qualcosa,
soprattutto come e con quali interpretazioni si vince) hanno fatto
il resto. La legge dell'entropia vale anche per l'ingente repertorio
classico e romantico, facendo apparire dopo innumerevoli tentativi
interpretativi, dopo faticose e ripetute interpolazioni delle oscillazioni
creative, una rilettura dei testi sacri sempre più uguale all'altra.
Unico criterio di distinzione la pulizia tecnica e il controllo sicuro
e affidabile delle mani. L'originalità romanticamente intesa, quelle
sublimi e imprevedibili deroghe alla regolarità del discorso musicale,
i rubati, le improvvise accelerazioni del cuore, i battiti asimmetrici,
le sospensioni, i capricci appartengono alla storia. Attraverso questa
massima istanza dell'interpolazione interpretativa la nostra sensibilità musicale, affinata da mille interventi correttivi,
da mille classifiche e accademiche menzioni speciali, È diventata un sismografo, che percepisce
la pur minima scossa nella crosta raffreddata dell'opera classica.
Nei concorsi pianistici odierni non si misura in metri e in centimetri,
ma millesimi di centimetri, uno scarto di metronomo in più o in meno
può rovinare tutto, un accelerando o un ritardando fuori dalle proporzioni
accademiche inducono alla catastrofe, fanno gridare allo scandalo.
L'interpretazione nei concorsi, diventata ormai pura fenomenologia
dei parametri obbiettivi del testo musicale, si avventura sul filo
del rasoio e il precipizio a destra o a sinistra dalla normalità interpretativa
è pericolosamente vicino. Dopo un secolo di compenetrazione analitica,
studio degli autografi ed emulazione tecnico-interpretativa delle
opere classiche, l'originalità intesa come apporto aleatorio e imprevedibile
al testo classicamente definito, diventa sempre più rischiosa e
vietata e l'accettazione da parte dell'inconscio pianistico collettivo
sempre più ostile verso i tentativi di violazione dei tabù accademici.
Ed è per questo che l'originalità pianistica oggi paga il prezzo della
follia o della trascendentalità tecnico-virtuosistica. Chi ha avuto
modo di conoscere da vicino pianisti autenticamente originali come
Mustonen o Kamenz, si rende conto che questa originalità, per la quale
nessun concorso al mondo offre asilo politico, chiede uno sforzo sovrumano
e il sacrificio della nevrosi e della solitudine, o sull'altro versante
(ed è il caso di Kissin o Pogorelich) una tecnica così sbalorditiva
da mettere fuori combattimento qualsiasi metro di paragone.
Dove, allora, cercare con la lanterna di Diogene
un barlume di originalità, quella che la nostra cultura eurocentrale,
basata sul perenne idealismo, rivendica in tutte le attività dell'intelligenza
umana? Il concorso, di per sè un luogo deputato al giovanile entusiasmo,
paradossalmente ne vanifica le prospettive e ne elimina la possibilità
per antonomasia. Giacché al pianista in concorso succede un po' come
a Sisifo: più esso si agita, meno gli riesce un'azione originale,
più egli compete nei concorsi, più rischia di adeguarsi ai modelli
obsoleti dell'interpretazione musicale dominante. Paradossalmente
i concorsi hanno capovolto nel corso degli ultimi 50 anni quella situazione
estetica, che i compositori contemporanei, sostenitori, al seguito
di Schönberg e Webern, dell'originalità totale e illimitata, hanno
esageratamente sfruttato per opere, che oggi non vuole più nessuno,
abolendo addirittura il concetto di opera e decretando, attraverso
il principale apostolo John Cage, la morte dell'opera tout court.
Ma mentre i pianisti in perenne concorso, e quindi in uno stato di
progressiva eliminazione dell'originalità, hanno raddoppiato il consenso,
i compositori, che dell'originalità radicale e inaudita hanno fatto
un credo futuristico, sono vicini al colasso comunicativo e alla morte
dell'opera musicale radicalmente intesa. Quale allora la prospettiva
per il futuro? A me sembra che si potrebbe realizzare in un avvicinamento
delle rispettive posizioni estetiche verso un compromesso storico all'insegna dello
storicismo: che i concorsi pianistici si riprendano una parte
di quell'originalità che i compositori radicali, irresponsabile dal
punto di vista della comunicazione con un pubblico, hanno sprecato
per strada e che i compositori si riaccostino ad un'estetica della
non-tabula rasa, della tradizione, della conservazione, nel senso
che componendo non sognino l'inaudito acustico, ma che si mettano
sulla strada, che i concorsi hanno già esaurito, cioè
l'interpretazione, con mezzi creativi contemporanei, dei linguaggi
storici del passato. Pianisti e compositori sono definitivamente
prigionieri del bello musicale canonizzato e déjà vu.